Elena Cecchettin, sorella di Giulia, la ventiduenne uccisa dall’ex fidanzato, ha incitato le donne a fare rumore, a reagire e a liberarsi dalla “cultura dello stupro” e dai vincoli del patriarcato. La dichiarazione, passata per i media nazionali, ha scatenato il fango contro la giovane. Una campagna denigratoria in pieno stile reazionario – patriarcale.
Sono passati pochi giorni dal ritrovamento del corpo di Giulia, studentessa prossima alla Laurea, uccisa dall’ex fidanzato. L’uomo è stato arrestato in Germania ed ora si attendono notizie per la sua estradizione. Come al solito in questi casi l’opinione pubblica italiana si spacca: tra chi ritiene di attribuire la colpa al singolo colpevole di turno e chi, come i tanti movimenti femministi e gli attivisti, attribuiscono le colpe ad un problema sistemico ben radicato. Questo è il caso che riguarda Elena Cecchettin, sorella della vittima, che parlando ai microfoni di “Diritto e rovescio” su Rete4 ha fatto una dichiarazione per la quale è stata sommersa da insulti, ingiurie e persino accuse di satanismo.
Lucida, combattiva e consapevole
Ha parlato ai microfoni di Rete4, una delle reti reazionarie per eccellenza, Elena Cecchettin. In quella sede ha incitato le donne a non stare in silenzio, a reagire e a lottare. Si è scagliata contro la solita retorica che vuole il femminicida di turno dipinto come “mostro” o “malato”, ribadendo che in realtà questi assassini sono figli sani del patriarcato. Una verità quella della giovane, perché 105 donne uccise non sono vittime di altrettanti mostri; il problema è sistematico e risiede in quella che lei definisce “cultura dello stupro”. Un fenomeno che parte dal cat calling, passa per le molestie, lo stalking, le percosse ed infine al femminicidio.
La giovane è apparsa in TV lucida, combattiva, senza peli sulla lingua e consapevole. Questo, a quanto pare, ha dato fastidio ad una certa parte di opinione pubblica, che immediatamente le è andata contro, accusandola di aver architettato un discorso ad hoc e di fare politica, per non parlare dell’accusa, proveniente dalla Lega di essere una satanista (ma in Italia esiste la libertà di culto, prevista dalla Costituzione).
La reazione all’ennesimo femminicidio
I movimenti femministi, attivist* di tutta Italia sono scesi in piazza, e sui social si sono rincorsi centinaia di post in reazione all’assassinio di Giulia. L’accusa è al sistema, non tanto al killer di turno, che oggi si chiama Filippo, ma qualche mese fa si chiamava Alessandro e così via. La reazione patriarcale è quella di centinaia di utenti, soprattutto uomini, che rifiutano la narrativa femminista. Secondo costoro non è vero che tutti gli uomini sono colpevoli. Nelle loro dichiarazioni si cela un rifiuto dell’ascrizione a problema culturale e sistemico. Forse per loro il patriarcato non esiste nemmeno, ma i fatti dicono il contrario. Lo dimostra l’atteggiamento reazionario di questi utenti che, nel tentativo di svincolarsi dalla logica dell’uomo violento hanno lanciato invettive e insulti altrettanto violenti.
La reazione alle parole di Elena
Altrettanto patriarcale e reazionaria è la reazione denigratoria che molti hanno avuto ai danni di Elena. La ragazza si è vista sommersa da commenti, ingiurie e minacce. Una reazione tipica di quel patriarcato che vuole dire alle donne come comportarsi e persino come reagire al dolore per la perdita di una persona cara. Praticamente, se Elena Cecchettin fosse andata a Rete4, a piangere in silenzio, sarebbe andata bene a tutti.
I familiari delle vittime vanno bene quando piangono in pubblico e bucano lo schermo; vanno bene quando nelle trasmissioni TV descrivono la loro sofferenza e quando perdonano l’assassino. In tanti se l’aspettavano così la giovane Elena, magari non con la felpa di un gruppo metal (non è una felpa satanista, ma un logo di un gruppo musicale), magari con un vestito rosa, che fa più donna , a piangere e ricordare le raccolte di fiorellini nei campi con la sorella uccisa. Invece le telecamere di rete4 si sono imbattuti in una ragazza che incita tutte le donne a lottare affinché questa cultura dello stupro finisca.
Ancora tanto cammino da fare
L’atteggiamento di Elena è decisamente troppo per la cultura patriarcale di cui siamo intrisi. Le accuse, e le minacce che questa ragazza ha dovuto subire, sono solo l’esempio del patriarcato e, di quanto cammino ancora dobbiamo fare per cambiare questo sistema. Negare che ci sia un problema culturale è la dimostrazione del fatto che manca la consapevolezza sul tema. I femminicidi, 105 in un anno, non sono imputabili ai soli assassini, a loro va imputata la colpa; la responsabilità è del sistema. Anche perché i femminicidi sono solo la punta dell’iceberg. Dietro ci sono molestie, stalking, persecuzioni di vario tipo, violenze fisiche e psicologiche, cat calling e stupri.
Centinaia di donne di tutte le età dichiarano di aver paura di girare per strada da sole o dichiarano di essere state infastidite da qualche uomo nei momenti più disparati. Questo è sintomatico della cultura dell’uomo dominante. Per questo appare evidente che i commenti di una giovane diano fastidio, ma è facendo rumore che le cose cambiano. Non con il silenzio.






