Un quarto di secolo dal G8 che ha segnato la storia repubblicana. Tra la morte di Carlo Giuliani, gli abusi di Bolzaneto e l’irruzione alla scuola Diaz, l’Italia interroga ancora oggi il rapporto tra istituzioni, violenza di Stato e impunità.
Venticinque anni. Un quarto di secolo non è bastato a chiudere la ferita di Genova. Nel luglio del 2001, il capoluogo ligure divenne il palcoscenico del vertice G8 e, contemporaneamente, il teatro della più grave sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dal secondo dopoguerra.
Oggi, nel 2026, la memoria di quei tre giorni – tra la tragica morte di Carlo Giuliani, il sangue nella scuola Diaz e le torture nella caserma di Bolzaneto – non è soltanto un esercizio di storiografia. È un monito sulla tenuta democratica delle istituzioni.
Il trauma di piazza Alimonda e la frattura del movimento
La mobilitazione del 2001 fu un fenomeno composito. Il movimento “no-global” univa pacifisti, sindacati, ambientalisti e realtà antagoniste, accomunati dalla critica alla globalizzazione neoliberista. Eppure, la complessità di quella piazza fu oscurata dalla violenza dei black bloc e dalla gestione dell’ordine pubblico, culminata il 20 luglio con l’uccisione del 23enne Carlo Giuliani.
La vicenda giudiziaria, chiusasi con l’archiviazione per il carabiniere Mario Placanica, non ha mai pienamente soddisfatto l’opinione pubblica. La morte di Giuliani segnò lo spartiacque: da quel momento, Genova non fu più solo un vertice politico, ma il simbolo di una crisi sistemica.
La Diaz e Bolzaneto: la “macelleria messicana”
Se Giuliani fu il primo trauma, la notte del 21 luglio alla scuola Diaz fu l’abisso. L’irruzione della polizia in quello che era il quartier generale del Genova Social Forum si trasformò in un pestaggio brutale che lasciò decine di feriti e immagini indelebili.
La narrazione ufficiale dell’epoca, che tentò di giustificare il blitz parlando di “presenza di armi” e di black bloc, crollò di fronte all’evidenza: le bottiglie molotov erano state introdotte dagli stessi agenti. Fu, come ebbe a dire il vicequestore Michelangelo Fournier, una “macelleria messicana”. A questa si aggiunsero gli orrori di Bolzaneto, dove i fermati vennero sottoposti a umiliazioni e violenze sistematiche, in assenza, all’epoca, di una legge specifica contro il reato di tortura.
Un problema sistemico, non di “mele marce”
Ancora oggi, la vicenda lascia un retrogusto amaro. Molti degli agenti coinvolti hanno fatto carriera, beneficiando di prescrizioni o promozioni, mentre la giustizia ha faticato a definire le responsabilità collettive.
Il rischio, venticinque anni dopo, è quello di considerare Genova come un’eccezione. Ma i fatti recenti – dalle violenze nel carcere di Santa Maria Capua Vetere alla gestione repressiva di alcune manifestazioni di piazza – suggeriscono che la retorica delle “mele marce” sia ormai insostenibile. Si tratta di episodi che mostrano crepe strutturali nel modo in cui lo Stato esercita la forza e gestisce il dissenso.
La democrazia come conquista fragile
Cose del genere non dovrebbero accadere in un Paese che si definisce democratico. Eppure, la storia recente ci insegna che l’abuso di potere non è un retaggio del passato, ma un rischio sempre presente.
Genova 2001 rimane, a distanza di venticinque anni, il termometro della nostra democrazia. Ricordare non serve solo a onorare le vittime o a cercare una giustizia tardiva: serve a rammentarci che il rispetto dei diritti fondamentali non è mai un dato acquisito, ma una conquista che va protetta quotidianamente, soprattutto contro chi, in nome dell’ordine, rischia di smarrirne le fondamenta.







