Rino Malinconico torna con un nuovo libro: L’Io e il Noi esplora le difficoltà della costruzione del collettivo
Intervista a Rino Malinconico sull’uscita del libro L’Io e il Noi, l’ultimo saggio dello scrittore-filosofo che analizza la condizione di minorità delle idee critiche e propone il superamento di tale crisi. Un libro che utilizza la filosofia, l’arte e la conoscenza per valorizzare l’esperienza collettiva delle reti sociali.
D. Le questioni discusse in L’Io e il Noi le hai inizialmente proposte nell’ambito di un seminario di “autoformazione critica” organizzato in Campania dalla Rete Solidale Vesuviana e dalla Associazione Melagrana. Quali differenze ci sono tra i temi di quel seminario e i contenuti del libro?
R. Quegli incontri avvenivano con attivisti e attiviste quotidianamente impegnati in concreti ambiti di solidarietà, e perciò culturalmente distanti dal senso comune che esalta come positive (o comunque inevitabili) le dinamiche di prevaricazione e oppressione. E l’Autoformazione provava a rafforzare la loro capacità di incidere positivamente su questo nostro mondo ingiusto e squilibrato, consolidando gli ideali di libertà, uguaglianza, fratellanza e sorellanza, e rendendoli più capaci di tramutarsi in azione effettiva. La finalità di quelle discussioni era perciò di far diventare più stabile e sicuro il cammino in “direzione ostinata e contraria”. Col libro, tutti i passaggi allora discussi sono proposti in modo approfondito e acquistano maggiore organicità; ma rimane inalterata l’ambizione del seminario. Che era, per l’appunto, di irrobustire l’attitudine a costruire. E voglio precisarlo: l’attitudine a costruire non è un elemento caratteriale, una sorta di dono datoci alla nascita. È invece una conquista propriamente intellettuale, strettamente connessa alla capacità di collegare l’ambito particolare nel quale ci muoviamo con l’ambito generale nel quale esistiamo.
D. L’Io e il Noi è dunque una sorta di vademecum per chi si ponga, o voglia porsi in posizione critica rispetto allo stato di cose presenti?
R. Se lo qualifichi così si rischia di fraintendere. L’Io e il Noi non fornisce alcuna ricetta sociologica o di economia politica o di storia politica. E d’altronde non penso ci sia bisogno di un ricettario. Il nodo vero che ciascuno ha davanti nel suo rapporto col mondo è costituito dalle domande che riesce a formulare, non dalle risposte che dà. Questo libro si interroga, in effetti, sul percorso che va dall’Io – che è la conquista decisiva della Modernità – al Noi, che a sua volta è il soggetto storicamente attivo nella autocostruzione umana. E ragiona sulla possibilità che tale percorso, sfuggendo al conformismo capitalistico, costruisca un Noi che ricomprenda in sé l’Io e non lo annulli, e anzi lo potenzi sul piano storico e culturale. L’attitudine a costruire, che prima ricordavo, è esattamente una conseguenza dell’intreccio di specificità e totalità. Se arriviamo a dare un senso storico alle nostre peculiari esperienze; e se, contemporaneamente, riusciamo a intravedere il lavorìo della storia anche in quello che quotidianamente pensiamo, speriamo e facciamo, allora tutto tenderà ad acquistare un più preciso e ampio significato: il nostro fare, il nostro sperare, il nostro pensare. E in verità acquisteremo significato anche noi stessi, proprio ciascuno di noi, individualmente e collettivamente concepito.
D. Mi pare di capire, allora, che si tratta di un libro contemporaneamente filosofico e politico. È così?
R. Sì. Concordo con questa definizione. Del resto filosofia e politica sono sempre state connesse nell’avventura umana. Erano strettamente intrecciate nel mondo greco e romano, lo erano nelle società di ancien régime e lo sono state lungo tutto il percorso di avvio della modernità. Solamente con la torsione capitalistica dell’Età moderna la politica ha riduttivamente acquisito caratteri “professionali”, rivendicando un ambito separato di significazione.. Ma nella sua essenza profonda essa coinciderà comunque col concreto camminare dell’io, e degli io, nel mondo. Non è perciò separabile dagli interrogativi “esistenziali”, e cioè fondamentalmente filosofici, che tutti, ciascun uomo e ciascuna donna, continuamente pongono a se stessi, persino senza dirselo con parole esplicite.
D. In ogni caso, al centro delle pagine del tuo libro ci sono le nostre “idee”, o meglio le concrete convinzioni che ciascuno di noi matura. E la questione decisiva che tu affronti, tanto nei saggi quanto negli intermezzi che li accompagnano, è proprio come le idee prendano forma nella testa delle persone e come possano, a determinate condizioni, cambiare.
R. È così. Il filo conduttore è costituito dalle idee normalmente pensate e coltivate da ciascuno di noi (e che in parte elaboriamo noi stessi, e in parte, per la gran parte, ci vengono dal di fuori). Esse non solo hanno una genesi e uno sviluppo che rinviano ai percorsi compresenti e intrecciati di espressione, descrizione, rappresentazione, relazione, narrazione e interpretazione agiti sia dall’Io che dal Noi, ma si collocano con diversa forza nell’ambito delle specifiche comunità e delle specifiche fasi storiche. Per dirla in modo rozzo e però utile a intendersi, oggi come oggi ci sono molte idee egemoni, o idee dominanti, e molte idee minoritarie, o idee critiche. Coloro che hanno partecipato al Corso di Autoformazione erano portatori di “idee di minoranza”. E il loro problema era esattamente come superare la loro condizione di minoranza e far valere le ‘idee critiche’. La qual cosa significa, sì, aver chiaro come funziona il mondo, ma implica soprattutto che si sappia molto bene proprio come funzionano le idee dentro di noi.







