Il Consiglio dell’Unione Europea ha dato il via libera all’invio di migranti richiedenti asilo in paesi terzi. L’UE non garantirà più un diritto fondamentale
L’ Unione Europea continua a chiudere i propri confini, e lo fa esternalizzando un diritto fondamentale, ovvero il diritto d’asilo. Secondo quanto deciso dal Consiglio dell’Unione Europea, infatti, i richiedenti asilo potranno essere trasferiti in stati terzi, anche senza avere un legame territoriale con il paese in questione. Si allunga così l’elenco dei paesi ritenuti sicuri dall’Unione Europea, mentre si stimano i primi 20.000 trasferimenti forzati.
I fatti: come cambia il Diritto d’asilo
Il Consiglio dell’Unione Europea, è un organo legislativo che si compone di rappresentanti di tutti e 27 gli stati membri. I rappresentanti sono ministri: sulla base dell’oggetto dell’incontro, vi partecipano i ministri competenti. Questa è stata la volta dei ministri degli interni, dato che il tema era la ridefinizione delle politiche migratorie dell’Unione.
Il Consiglio doveva discutere di una proposta sorta in Commissione, ovvero della possibilità di ridefinire la definizione di “paese terzo sicuro” e della possibilità di subappaltare il diritto d’asilo proprio a questi paesi individuati. Fino ad ora, il trasferimento dei richiedenti asilo era possibile, solo verso paesi in cui, il richiedente aveva un legame con il territorio e dove non incombessero rischi per la sua incolumità. La decisione di ieri cambia decisamente le carte in tavola e allontana l’Unione Europea dalle pratiche dell’accoglienza.
Questo cambia molto in termini di diritti e possibilità per il migrante: viene spazzata via la pratica soggettiva, la verifica individuale delle condizioni e delle specifiche del migrante in quanto persona. Tutto viene relativizzato ad accordi tra paesi. Un migrante potrà quindi essere trasferito in un paese qualunque, a caso.
La domanda d’asilo
In pratica, durante la fase della richiesta d’asilo, la persona potrà essere trasferita in un paese terzo, mentre la sua pratica è al vaglio. Tuttavia, qualora dovesse essergli riconosciuta la protezione internazionale, non cambierebbe la sua situazione e dovrà comunque rimanere nel paese cui è stato destinato. Si tratta di una procedura molto più accentuata rispetto al “modello Albania”, in cui il trasferimento era destinato al solo tempo necessario per la richiesta.
Ma la novità emerge sul come saranno vagliate le richieste di protezione internazionale nell’Unione Europea. Queste infatti, saranno ritenute inammissibili a prescindere se, verrà accertato che il migrante, avrebbe potuto fare domanda d’asilo in un paese non europeo, ritenuto sicuro.
Il cambiamento fondamentale sta nella cancellazione del criterio della territorialità, quale requisito necessario per il riconoscimento del diritto d’asilo. Con questa decisione, il problema sarà affibbiato ad altri. Al momento sono esclusi da questa decisione, i minori non accompagnati e i vulnerabili.
Una finta protezione
La decisione cambierà la sorte di centinaia di migliaia di persone migranti. Ma questo le istituzioni comunitarie lo sanno bene. Ed è proprio dietro alla necessità di modificare le strutture della protezione, che hanno dato vita a questa misura. All’apice di questa decisione infatti, ci sarebbero necessità di maggiore garanzia per i minori e i vulnerabili. Secondo questo concetto, la decisione è stata presa proprio per loro. Questo è quanto affermato, ma si evince immediatamente che, la misura in atto, annulla le garanzie e i diritti per tutti gli altri.
Infatti, questa decisione preoccupa non poco gli esperti e le ONG che si occupano di diritti dei migranti. C’è il timore che questa decisione sia solo l’inizio e che, l’esternalizzazione del diritto d’asilo si possa estendere, in futuro, anche ai più deboli.
I paesi sicuri
Nella lista dei paesi ritenuti sicuri, prontamente aggiornata, sono rientrati paesi come la Tunisia, il Kosovo, l’India, il Bangladesh, la Colombia, l’Egitto e il Marocco. Per i migranti provenienti da questi paesi, sarà attuata una procedura accellerata, da fare alla frontiera o nei luoghi di transito. La lista potrebbe allargarsi ulteriormente, anche perchè il Consiglio ha cancellato la clausola che prevedeva, per l’individuazione dei paesi sicuri, delle fonti affidabili. Niente più “schede-paese” dunque.
Nei paesi extra-europei sicuri, rientra anche la politica, rivista al ribasso, per fronteggiare i cosiddetti “migranti irregolari”. Questi paesi ospiterano dei centri di detenzione, dei return hubs, che potranno fungere sia da punti di transito verso il ritorno al paese d’origine, o come destinazione finale. Il come e il quando restano vaghi, tutto verrà rimandato ad accordi bilaterali.
Le conseguenze
Le ONG, il mondo dell’attivismo e persino alcuni giuristi, stanno manifestando preoccupazioni per questa stretta dell’UE al diritto d’asilo. Una stretta che, secondo i giuristi, si oppone allo stesso atto fondativo dell’Unione Europea. L’ASGI (Associazione Giuridica per gli Studi sull’Immigrazione), sottolinea che i paesi sicuri individuati nell’elenco presentano caratteristiche che non rispecchiano la definizione giuridica di paese sicuro. Un paese sicuro è un paese che ha un ordinamento democratico e nel quale non ci sia in via generale e costante rischio concreto di persecuzione.
Lo stesso allarme è lanciato anche da Emergency, secondo cui “l’Europa si chiude a fortezza”, perdendo la sua posizione di riferimento per diritti e umanità. Appare evidente che la preoccupazione sollevata da chi si occupa di diritti dei migranti sia più che una semplice supposizione. C’è concretezza. Innanzitutto sembra che i ministri europei abbiano effettivamente replicato il “modello Albania“, ampliandone le misure restrittive. Altri esperti invece temono che l’Unione Europea si sia ispirata al modello americano di espulsione, quello messo in atto di recente dalla stretta anti-migranti di Trump.
Sta di fatto che questa decisione, qualora dovesse diventare effettiva (lo si saprà a fine anno), sarà un duro schiaffo ai diritti umani. Un problema per le centinaia di migliaia di persone che fuggono dalla guerra, dalla povertà e dai disastri ambientali, cercando altrove fortuna e dignità.







