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Spazio alla cultura: La storia vista dal Mito

Redazione di Redazione
25 Maggio 2023
in Tempi Moderni
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Spazio alla cultura: La storia vista dal Mito
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Libera riflessione sulla storia, vista dal mito: miti antichi, miti moderni, voli pindarici e fantasia.

Riceviamo e pubblichiamo, riflessione a cura di Marco Malinconico

E’ il 1986, strani oggetti volanti dall’ aspetto di aeronavi spaziali vengono avvistati lungo tutta la costa occidentale dell’America. Nel corso dell’anno, il numero di segnalazioni aumenta fino a raggiungere la costa orientale. Il fenomeno interessa soprattutto le zone comprese ai confini tra gli Stati, il Michigan e la California. Da questo momento comincia il mistero delle navi spaziali che nel corso del Novecento troverà nuovi sviluppi: è questo, forse, l’atto di nascita della moderna ufologia. John Keel, personalità di spicco della successiva new ufology, nel suo trattato “operazione cavallo di troia” riporta una serie di curiosi avvistamenti occorsi durante questo anno – principalmente da Aprile a Maggio – alcuni proposti come burle deliberate o escamotage editoriali, altri come storie verosimili. Riprendendo Jacques Valle, egli nota come la fenomenologia degli avvistamenti dell’Ottocento sia simile a quella del Novecento. Così il 16 Aprile, il giudice Byrne racconta di essere salito su una nave spaziale, invitato da alcuni esseri umani di aspetto orientaloide che scambia per Giapponesi.

Mentre il 6 Maggio due uomini di legge firmano una deposizione che è il resoconto del lungo discorso avuto con i piloti di un’astronave. In quasi tutti i rapporti dell’Ottocento, tuttavia, non si parla mai di extraterrestri, alieni, o creature ignote, ma di semplici piloti di un’astronave. In un avvistamento, addirittura, il velivolo spaziale è dichiaratamente una tecnologia segreta, inventata sulla terra, che sta per essere svelata all’ umanità. Così Keel, nella sua ampia analisi, scivola sempre più indietro nel tempo, e ripercorre i vari flap (le ondate di avvistamenti n.d.a): dall’ antichità fino al Novecento. Benchè in alcuni casi dal punto di vista fenomenologico, a partire dall’ Ottocento fino all’ epoca di Costantino, le apparizioni di ufo possano presentare caratteristiche comuni in secoli differenti, in molti altri essi si presentano nella maniera più consona e idonea all’ epoca in cui si esplicano.

Tale travestimento del visibile ha spinto innumerevoli studiosi – oltre allo stesso Keel e al suo “predecessore”, Jacques Valle – a sostenere che la ricorrenza del fenomeno nelle varie epoche, come sembrano confermare i racconti leggendari, mitici e biblici, in cui sovente si parla di apparizioni di carri fiammanti in cielo, profeti rapiti e condotti presso Dio, luci a forma di croce fluttuanti nella notte come jet militari in schiera, fino agli aerei ultrasonici dell’ era spaziale, non siano nient’ altro che manifestazioni diverse di un unico fenomeno la cui origine pertiene a una dimensione diversa dalla nostra: cioè una manifestazione che agisce sulla nostra realtà dal di fuori ( Keel parla di superspettro n.d.a). Una forza ignota che si palesa in modi diversi in secoli diversi; il motivo per cui agisce può essere solo ipotizzato, forse affinché l’umanità si evolva a un livello di conoscenze tecniche o spirituali superiori.

Una dimensione che collima con la nostra, che è presente insieme con la nostra, ma su un’altra frequenza vibrazionale, e abitata da una civiltà avanzata, che nella nostra può apparire e sparire a piacimento. Ora, è indubbio che le teorie di Vallee e Keel appaiono, oggi, quantomeno nelle loro concezioni estreme, fantasiose e improponibili. Non che l’altra corrente dell’ufologia, che vede negli avvistamenti di ufo il fenomeno di attività extraterrestre sia meno fantasiosa. Tuttavia, non si può negare che spiegare i fenomeni parafisici, tra cui gli avvistamenti ufo – qualora vengano intesi come fenomeni non-fisici – come manifestazioni di campi di energia che operano a vibrazioni più alte e da altre dimensioni, può anche spiegare il filo rosso che conferisce a tali apparizioni quel carattere eterogeneo che accomuna religione, scienza, mito e storia.

Così le apparizioni divine dell’antichità, angeliche, mariane, o anche demoniache, non erano altro che manifestazioni di questa attività, di questa forza, che forse si palesava per uno scopo preciso; per impartire una conoscenza nel modo più adatto al tempo in cui si manifestava. Al contrario, come sostengono altri, è possibile che il grado di conoscenza di un osservatore rendeva difficile o impossibile la descrizione di un oggetto tecnologico, o di un messaggio spirituale altamente evoluto, soprattutto nell’ epoca pre e prototecnologica. Dunque, questi era obbligato ad usare il linguaggio del simbolo, della metafora o il linguaggio primitivo della natura per interpretarlo.

Di qui le apparizioni di streghe, fate, gnomi, angeli, esseri numinosi, eccetera. Tuttavia, può essere vero anche il contrario. La causalità potrebbe anche giungere a un impasse illogica, annullarsi nella dicotomia e nell’ antinomia. Se questa forza che opera da una dimensione posta accanto alla nostra riesce a tratti a rendersi manifesta, può agire secondo uno scopo determinato, e quindi far si che gli osservatori, mediante un travestimento, non siano messi di fronte ad un anacronismo; o potrebbe rendersi manifesta casualmente, e quindi l’anacronismo viene colto dagli osservatori, ma convertito in simboli, metafore, e reazioni inconsce compensative. Può essere frutto di allucinazioni, di isteria di massa collettiva e cattiva interpretazione di fenomeni naturali.

O può essere che a monte, fenomeni di varia natura, vengano simbolizzati dall’ inconscio e resi sottoforma di distorsione precettivo-visiva, quindi allucinazione. In tal caso è l’uomo che interpreta un fenomeno che si manifesta sotto molteplici aspetti. Tuttavia, la storia è piena di resoconti di avvistamenti di oggetti sconosciuti nel cielo, risalenti a tempi remoti. Bisognerebbe, d’ altro canto, capire se la storia che precede la nostra potrebbe essere comprensibile alla mente razionale e scientifica della modernità. De Santillana, nel suo celebre studio sul mito, ha messo in luce le straordinarie conoscenze degli antichi, tramandate prima oralmente e poi messi per iscritto in un alfabeto diverso dal nostro. Sebbene oggi possiamo solo in parte ricostruire quell’ alfabeto, non potremmo mai comprenderlo affondo.

Spesso, dietro i racconti e i poemi di gesta eroiche delle storie dell’antichità si cela una profonda sapienza cosmologica che si tramanda da tempi immemori, con un linguaggio diverso da quello della scienza attuale. Un esempio, fra i tanti, è la conoscenza, da parte degli antichi (ne parla ampiamente lo stesso De Santillana, ma anche Hancock, Bauval e molti altri n.d.a.) della precessione degli equinozi. La precessione compie un giro completo ogni 25.500 anni ca. In termini molto poco tecnici: 25.500 anni (circa) è il tempo necessario affinché avvenga una rotazione in senso orario, cioè in senso opposto al moto di rotazione terrestre, completo, che forma due coni intorno all’ asse dell’eclittica (chiedo scusa a esperti e professori di geografia). 

La precessione determina il passaggio delle ere zodiacali, cosa cui gli antichi attribuivano molta importanza. La mente scientifica e razionale moderna non assegna alcuna utilità a questo tipo di conoscenza, di modo di concepire la realtà; al contrario la mente antica, pervasa da una sapienza misteriosa e criptica, aveva una visione differente, al cui centro v’ era il cosmo e in cui i fenomeni celesti avevano un’importanza primaria. Tutto ciò si traduceva in un punto di vista su-e-della realtà – in parte perduto per sempre. Una società antropocentrica che celebra la produttività e l’efficienza, e relega l’individuo a produttore e consumatore passivo di beni materiali e immateriali, ha completamente perduto quel contatto con il tutt’ uno, quel modus vivendi che assegnava all’ uomo “un ruolo” nella scala cosmica. Le virgolette non sono un caso; servono a evitare fraintendimenti.

Un passo “indietro” o “in avanti” in questo senso lo ha fatto, decenni fa, un autore molto controverso. Zecharia Sitchin ha interpretato forse nel modo che più compete alla mentalità antica le tavolette Sumere e in molte delle sue opere ha applicato in parte le indicazioni di De Santillana. Così gli Dei diventano pianeti, e le guerre tra gli Dei fenomeni cosmici. Ovviamente, al momento non c’ è nessun indizio che possa far pensare che la sua interpretazione personale abbia un qualsiasi fondamento storico: ma il fulcro della discussione è ben altro. L’ evemerismo di Sitchin non dovrebbe essere stigmatizzato in prima battuta. Certo è possibile che molte sue interpretazioni possano suonare come forzate o arbitrarie; chi lo contesta però non deve sottovalutare la sapienza antica, che come ricorda De Santillana è molto al di là di quello che immaginiamo. Inoltre, una delle frasi più celebri del mondo antico, che sembra si sia preservata intatta nel corso dei secoli ricalca un concetto molto semplice: “come è sopra così è sotto.” Cioè tutto è uno.

Che si tratti di pianeti, di esseri intelligenti, è probabile che esista un filo rosso che accomuna le anime del creato. A questo punto, diventa chiaro che se l’uomo, per sua natura, teme l’oblio, e ricerca armonia in quello che sembra un caos inintellegibile per portata e dimensioni, è altrettanto vero che: o la verità che lo riguarda è terribile e scomoda, per cui il nostro/suo stato di ignoranza o di parziale conoscenza non serve che ad allontanare una verità scomoda e terribile, o che non è/siamo ancora in grado di comprenderla a fondo. Possiamo superare preconcetti e sovrastrutture, come, ad esempio, i concetti di spazio e di tempo, ma non possiamo cogliere, forse, a pieno l’essenza, la manifestazione!

Ritornando a Keel, e alla sua teoria, quindi, i più famosi incidenti della storia ufologica non potrebbero essere negati del tutto. D’ altro canto, se l’ormai arci noto colonnello corso abbia distillato qualche verità nel suo racconto “Il giorno dopo RoswelI”, bisogna inquadrare nuovamente, e nella maniera giusta, gli assunti di Keel e Vallee, che ripeto, sono interessanti per la loro capacità di tracciare, almeno idealmente, una storia della coerenza. Tornando alla concezione desantillana della mente degli antichi (antichi, poi, rispetto a quale civiltà?) un numero crescente di autori che hanno consacrato la loro vita allo studio dell’antico Egitto ha notato come le tre piramidi di Giza abbiano una correlazione con le tre stelle della Cintura di Orione. Un giornalista italiano, A. Mei, ha a sua volta ampliato la teoria (di Robert Bauval n.d.a) della correlazione alle piramidi satellite. La religione degli antichi egizi è fondata interamente su questa mentalità mitica che sembra, e per molti è, oscura, inaccessibile, e priva di senso.

Cosa potremmo dire, altrimenti, del libro dei morti egizio? Del culto della rinascita stellare, delle innumerevoli formule magiche, se non etichettarle come pratiche primitive, il cui significato resta oscuro? E le corrispondenze che accomunano i miti e le religioni non possono essere di certo considerate semplici coincidenze. I racconti si ripetono, in forma diversa e nomi diversi. Ho avuto in parte la fortuna di potermi avvicinare alle lingue antiche all’ università. Innumerevoli volte mi sono trovato dinnanzi a un intero sistema di conoscenze inafferrabili, non solo perché risalenti a una cultura e sapienza in parte perduta e dimenticata, ma perché rappresentavano il prodotto e le idee di “un altro tipo di uomo”; non un’ altra civiltà: un altro modo di concepire la realtà. Un passo dell’Eneide di Virgilio, che ricordo chiaramente, mi stupì, poiché era come se appartenesse a qualcosa di estraneo, di oscuro. L’ episodio è quello di Laooconte che viene stritolato da due serpenti, dopo aver espresso la sua profezia “Timeo Danaos et dona ferentes”. Virgilio si dilunga, con dovizia di particolari, in un linguaggio oscuro, ermetico, e di difficile comprensione, nella descrizione dei due rettili venuti da lontano, che volando, dopo aver cavalcato le onde del mare, in tutta la loro mostruosa fierezza e crudeltà, si gettano, avidi di sangue, sul corpo di Laooconte e dei suoi due figli. In altri casi, ancora, come quello del discorso di Pitagora nelle metamorfosi di Ovidio, la metafora del veganesimo è come se giungesse da una voce così lontana nel tempo da appartenere alla preistoria della preistoria; ad esempio la fantastica età dell’oro ripresa in varie culture.

Anche il finale delle metamorfosi, quando tutto si sposta in alto e lo sguardo viene rivolto al cielo, alle vie celesti, mi sorprese: all’ epoca ebbi come l’impressione che non era solo politica quello di cui parlava l’autore. Potrei fare tanti esempi simili. Mi sono limitato a citare quelli che mi sono venuti in mente. La mente moderna, come più volte ribadito negli anni ‘70 del secolo scorso da De Santillana, è spaventosamente ancorata alla realtà del visibile. Oggi abbiamo bisogno di verificare, di interpretare e razionalizzare. Il metodo scientifico ha rimpiazzato quasi completamente l’intuizione. Quell’ intuizione che in epoche passate ha aperto le porte della verità a un numero sbalorditivo di persone. La nostra è una società profondamente demitizzata; demitizzare, tuttavia, oggi, equivale non solo a razionalizzare. Spesso infatti, una realtà demitizzata è anche una realtà prosaica. Il mito e la poesia hanno camminato assieme nel corso delle ere. Oggi, il frutto antipoetico del mito demitizzato è visibile un pò dovunque: nei numerosi remake del cinema e delle serie tv, nel consumismo aggressivo e improduttivo, nell’ attaccamento ai beni terreni.

Un’ ultima forma di mito – oggetto della mia tesi di laurea – se di mito si può parlare, è tramontato con la fine del Novecento: quello legato alla fiducia ottimistica nello sviluppo “lineare” della tecnologia. L’ espressione lineare serve a evidenziare anche un ordine delle aspettative che negli ultimi decenni sembra sia venuto meno, rimpiazzato da un senso di smarrimento e di caos. Nelle sue espressioni, tale mito moderno ha avuto diverse incarnazioni: dal più drammatico cyberpunk, passando per le prime utopie futuristiche – in testa a tutti il futurismo – e la fantascienza, fino all’ utopia della rete, l’ultima, la definitiva, che riponeva grande fiducia nello sviluppo dei nuovi mezzi di comunicazione istantanea come internet, chat e blog. Le vestigia di tali miti utopici e distopici si possono riscontrare ancora nel retrofuturismo, che cela in sé il fallimento di tutte le aspettative possibili “sul futuro che attendevamo”, e nell’ hauntologia, espressione perfetta e tentativo di conservazione del “sentimento perduto” che quel mito rappresentava; perduto forse per sempre. Certo, senza dubbio ci siamo liberati di forme e vizi sbagliati e nocivi; per contro ne abbiamo acquisiti altri, talvolta spaventosamente drammatici.

Lungi dall’ interpretare tale cambiamento come declino in chiave escatologica o millenaristica, non si può fare a meno di considerare, oggigiorno, il futuro come un fenomeno passivo, che interessa l’umanità solo indirettamente. Nel momento in cui l’uomo non diventa partecipe del suo futuro, il futuro diventa fallimento. A cominciare da qui, dunque, dovremmo decidere di passare all’ azione e trasformare questo senso di fallimento in orgoglio e voglia di riscatto. “Io sono partecipe del futuro dell’umanità” dovremmo ripeterci.

“Io faccio parte del mondo, e solo migliorando la qualità dei miei pensieri e realizzando i miei obiettivi spirituali posso partecipare del futuro.”

“Il dialogo, lo scambio, i sentimenti puri e autentici sono la porta aperta del futuro. E io so come entrare. Troverò il modo.”

Talvolta, sembra impossibile che semplici pensieri possano influenzare le nostre azioni. E’ pur vero, tuttavia, che vivere immersi in una spirale di negatività – molti di noi sono autentici campioni in questa disciplina – non ci è di aiuto. E se sono la persona meno adatta a fare proselitismo, posso quantomeno rivendicare il diritto di noi umani a partecipare del futuro. Un primo passo, forse, potrebbe essere quello di riappropriarci del mito. E il sentimento perduto dell’hauntology, con tutte le sue inferenze, rappresenta senza dubbio un punto di partenza verso la riscoperta. Lungo il cammino, a ritroso e in avanti, che doppia il gigantesco muro dell’indifferenza e dell’ignoranza e arriva all’ altro lato, dove ci attendono bellezze sconfinate e nuove virtù, talvolta vinceremo, talaltra perderemo, e non solo le persone che amiamo, finanche noi stessi. Se saremo fortunati al punto di poterci ritrovare, dovremmo imparare a seguire i passi di animi nobili e “puri”. Anche laddove, perseguitati dalla sventura, fossimo affidati nella tempesta ad una sorte avversa, dovremmo imparare, fin quando ne avremo coscienza, a seguire i nostri passi verso l’origine. Una via, nel senso proprio del mito moderno, l’ultimo mito tramontato con tutte le vittorie cui avrebbe condotto, una via che sia modello complesso, sistema di idee e concretezza, e non vana celebrazione da bar o da social media, tra i tanti l’ha tracciata Mark Fisher.

A lui dedico la mia libera riflessione sulla storia e sul mito; questi inganni che ci illudono di una coerenza perduta, forse, per sempre: la storia nel mito, il mito nella storia. Tuttavia, è difficile accettare di essere parte infinitesimale di un cosmo insondabile. Dunque viviamo con la paura costante di non essere abbastanza. Ma non è mai tardi per un nuovo inizio; e tocca a noi stabilire il momento opportuno per prendere parte al gioco del mondo; senza rimpianti gettarsi nel flusso infinito delle cose presenti; scovare un approdo nell’ oceano, isola su cui plasmare il sentimento che nasce dallo stare al mondo. Ogni cosa è perfetta a sé, diceva un antico saggio. Ma nessuna cosa è perfetta per sempre. A partire da questo assunto ricercare la perfezione propria di Dio, spirito immortale, dentro di sé.

La vita, intesa come memoria, passa, muta, eppure in te dorme qualcosa nascosto nell’ eterno.

Che tu possa riconoscerlo e amarlo: una volta…sempre!

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