Erano le 16.37 di una giornata qualunque, quel 12 dicembre 1969 in Piazza Fontana a Milano. Nessuno avrebbe immaginato che proprio quel giorno, alla Banca Nazionale dell’Agricoltura, un gruppo di estrema destra avesse pianificato un attentato terroristico che fece da apripista a decenni di stragi, attentati e vittime innocenti. La stagione che seguì venne chiamata “strategia della tensione”: i gruppi terroristici fascisti, tramite un disegno eversivo avevano pianificato il totale disfacimento dell’ordinamento statale italiano. La strage di Piazza Fontana inaugurò gli anni di piombo, e tutto un sistema consolidato di ingiustizie, depistaggi e indagini faticose.
12 dicembre 1969: cronaca di una strage
Quel giorno, alle 16.37, la Banca Nazionale dell’Agricoltura era ancora piena di gente. All’improvviso, nel grande salone dal tetto a cupola, un ordigno con 7kg di tritolo esplose, investendo con la deflagrazione tutti i presenti, perlopiù giunti dalla provincia. 13 persone morirono sul colpo, altre 3 successivamente e la diciassettesima vittima morì un anno dopo, per problemi legati all’esplosione. I feriti invece, furono 87. I terroristi, per quel 12 dicembre avevano previsto un bilancio ben più pesante però. A Roma esplosero altri 3 ordigni: uno alla Banca Nazionale del Lavoro, uno all’Altare della Patria ed un terzo in Piazza Venezia. Il bilancio fu di 16 feriti e numerosi danni. Altre due bombe vennero trovate in Piazza della Scala a Milano e davanti al Palazzo di Giustizia di Torino, che per fortuna non esplosero, per difetti tecnici.
Obiettivi dell’attentato
Banche del Lavoro, luoghi simbolici ed edifici giudiziari. Questo fu il filo rosso, anzi nero, che accomunò i luoghi dell’attentato che quel 12 dicembre sconvolse l’Italia. Il motivo? far ricadere sulle frange anarchiche tutta la colpa degli attentati. Così facendo, i terroristi avrebbero potuto dar luogo alla propria strategia della tensione, mentre la magistratura, debitamente depistata, sarebbe stata impegnata a sgominare frange bakuniane, del tutto estranee ai fatti. Una strategia che puntava alla destabilizzazione dello Stato, all’indebolimento della fiducia ed alla creazione di un clima di paura, tale da rendere più controllabili gli organismi statali. Uno schema consolidato quindi, che vide gettate le basi quel 12 dicembre 1969 e proseguì fino al più sanguinoso attentato, ovvero quello della strage di Bologna del 2 agosto 1980.
Indagini e depistaggi
In primo luogo, le indagini si orientarono sulla pista anarchica. D’altronde la modalità di esecuzione e gli obiettivi potevano dirsi affini a quelle che erano alcune idee sostenute da frange particolarmente eversive. Venne fermato l’anarchico Giuseppe Pinelli, che inspiegabilmente (si fa per dire) perse la vita 3 giorni dopo precipitando dal palazzo della Questura di Milano. Successivamente anche un altro anarchico, Pietro Valpreda, venne lungamente interrogato come sospettato. Solo dopo qualche tempo, e varie procedure processuali, venne dichiarato innocente. Nel frattempo, sin dai primi istanti della notizia dell’attentato a Piazza Fontana, c’era chi non credeva alla matrice anarchica. Tra questi il giornalista avvocato Vittorio Ambrosini, che scrisse una lettera al Ministro dell’Interno Franco Restivo, indicandogli come maggiori indiziati della strage, i fascisti di Ordine Nuovo.
Verso una pista giusta
Nel 1971 vennero arrestati Giovanni Ventura e Franco Freda, di Ordine Nuovo, ma nel frattempo, il 1972 è l’anno dei processi agli anarchici Valpreda e Merlino. Verranno assolti solo dopo molto tempo, nel frattempo la pista della matrice fascista nella strage di Piazza Fontana comincia a farsi largo. Durante gli anni, si susseguirono piste più o meno false, ma il percorso venne ostacolato più volte da attentati a sangue freddo che servivano a sviare o eliminare fisicamente gli agenti e gli investigatori maggiormente impegnati nella risoluzione del caso. Negli anni ’80 però, ancora non si avevano prove sufficienti per incastrare i responsabili di Ordine Nuovo. Nel processo tenutosi nel 1981 infatti, vennero tutti assolti dall’accusa di strage, per insufficienza di prove. Si giunse così agli anni ’90, con tutti i principali imputati, assolti definitivamente. Ma fu grazie all’inchiesta del giudice Guido Salvini che si aprì un nuovo spiraglio. Egli raccolse le testimonianze di due neofascisti, Carlo Digilio e Martino Siciliano, i quali confessarono di aver avuto un ruolo nella preparazione della strage di Piazza Fontana. I due indicarono poi Delfo Zorzi come esecutore materiale dell’attenato. Quest’ultimo ottenne però l’immunità, trasferendosi in Giappone e chiedendo e ottenendo la cittadinanza.
Le condanne: la beffa oltre il danno
Un nuovo processo iniziato nel 2000, arrivò nel 2001 alla condanna all’ergastolo per Delfo Zorzi come esecutore della strage e Carlo Maria Maggi come organizzatore. Carlo Digilio ottenne una prescrizione del reato per aver fornito un valido contributo alla risoluzione delle indagini, mentre Stefano Tringali fu condannato a tre anni per favoreggiamento, erano tutti esponenti di Ordine Nuovo. Gli ergastoli furono cancellati dalla sentenza nel 2004 e il reato di Tringali fu prescritto. Nel 2005, la Cassazione confermò l’annullamento. In tale sentenza, venne anche stabilito che i parenti delle vittime della strage avrebbero dovuto sostenere le spese processuali. Tuttavia non venne esclusa la responsabilità di Ordine Nuovo nell’attentato, pertanto ad oggi, c’è un’organizzazione colpevole, ma non esecutori e mandati materiali della strage. Una strage che diede l’inizio ad una stagione cupa fatta di attentati ma che ancora oggi non ha dei veri e propri colpevoli per la giustizia. Resta però la traccia e l’impronta dell’orrore fascista che segnò per sempre una pagina nera della storia d’Italia.






