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Vecchi e nuovi linguaggi: la danza come mediatore culturale

Redazione di Redazione
9 Luglio 2020
in Culture resistenti
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Vecchi e nuovi linguaggi: la danza come mediatore culturale
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di Serena Di Lauro

“Danziamo, danziamo…altrimenti siamo perduti” dichiarava Pina Bausch, famosa danzatrice e coreografa tedesca, madre del teatrodanza. Un accorato invito all’umanità, che celebra la danza come una scialuppa di salvataggio.

In un mondo che ha perso la capacità di dialogare, l’arte ci viene in soccorso offrendoci un alfabeto per creare racconti e la danza, come antichissima forma di espressione dell’umanità, offre a tutto ciò un corpo narrante.

 Il termine “danza” prende origine dalla radice sanscrita “Tan” che può avere varie accezioni semantiche, come tendere, espandere, gioire, perché prima che questa parola venisse associata alle corti di Luigi XIV, alla ribalta del teatro, alle scarpette, ai tutù e al varietà televisivo, era lo spazio nel quale crescevano le comunità.

Strumento di congiunzione con le divinità e di celebrazione della natura, la danza fungeva da tramite propiziatorio e mediatore, affinché i tempi dell’uomo e quelli della terra fossero un ritmo coordinato. Ha accompagnato la crescita di uomini e donne dalla nascita all’età adulta, come ancora accade in alcune parti del mondo.

In Africa canti e danze scandiscono ogni momento della quotidianità, in uno scambio tra musicisti e danzatori che si intreccia come un lavoro a maglia fatto a quattro mani. Con questa modalità non si celebra solo la gioia, ma ogni sfumatura emotiva che accompagna l’individuo singolo e il villaggio che vive fuori e dentro di sé. Nelle culture native americane la danza acquisiva una funzione guaritrice e lo sciamano, al tempo artista e attore, trasformava in nenie, danze e ritmi le sofferenze attraverso un’esperienza di trance e di catarsi. 

Ma basta anche solo guardare alla storia dell’Italia meridionale degli anni ’50 per trovare analoghe forme di cura comunitaria, attraverso la danza e la musica, nelle storie legate al tarantismo o alla tradizione campana della tammurriata con le sue danze ludiche, di corteggiamento e di combattimento.

La danza è una produzione sociale, e come tale risente delle evoluzioni o involuzioni culturali della nostra civiltà; e così ad oggi perde la sua valenza comunitaria, il potere di condivisione ed elaborazione dei cambiamenti, la capacità di far dialogare le diversità, in quanto specchio una di una realtà fatta di singoli individui separati ed isolati. Un tempo in cui l’apertura diventa sinonimo di invasione, la cura perde il dono della relazione, e l’arte è completamente privata del suo potere educativo e formativo.

Ma se volgiamo uno sguardo all’attualità non possiamo non riconoscere che la fisionomia del mondo ha dei tratti meticci: le barricate forse ci proteggono dalle cose che ci spaventano, ma senza dubbio sono impermeabili anche alla bellezza oltre il muro, sia esso fatto di mattoni, di pensieri o di dogane.

Basta anche solo una breccia per far sentire un suono, e anche solo il tempo battuto con un piede a far nascere un movimento, e con questa prospettiva di “contagio” positivo che ad oggi si vedono nascere molte realtà che promuovono la diffusione delle arti e delle culture di altri popoli e di un concetto di cura che passa attraverso la creatività, con lo scopo di combattere il pregiudizio con la conoscenza, e la convinzione della diversità con la scoperta che noi tutti abbiamo un corpo e ciò ci rende universalmente simili: umani in un pianeta abitato da umani; sia esso basso o alto, chiaro o scuro, in piedi o seduto su una carrozzina, la danza attraversa i limiti e ne fa una coreografia.

È nel recupero della sua funzione mediatrice che la danza può agire il suo potere comunicativo, mettendo in connessione culture, luoghi, umanità, e riprendendo il contatto con la concretezza dell’incontro con l’altro oltre i confini reali o virtuali. Una bussola individuale e collettiva che ci indica la direzione, ma ci offre la libertà di viaggiare da nord a sud, da est a ovest con l’occhio dell’esploratore e non del colonizzatore, perché, scomodando ancora una volta Pina Bausch, “certe cose si possono dire con le parole, altre con i movimenti. Ci sono anche dei momenti in cui si rimane senza parole, completamente perduti e disorientati, non si sa più che cosa fare. A questo punto comincia la danza ”.

Tags: accoglienzacomunicazionecomunitàdanzadanzaterapiaImpronte socialilinguaggiomelagranamusicaPina BauschSerena Di Lauro
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