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Cosa succede in Sudan: guerra civile e il rischio rifugiati

Redazione di Redazione
3 Maggio 2023
in Impronte migranti, Impronte solidali
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Cosa succede in Sudan: guerra civile e il rischio rifugiati
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Da metà aprile il paese è  tormentato da un nuovo conflitto interno. L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati: “piu’ di 50.000 persone gia’ scappate nei paesi confinanti”. Si attendono sviluppi mentre arrivano emissari ONU in Sudan.

Riceviamo e pubblichiamo: articolo a cura di Antonio Avitabile

Fazioni

Sabato 15 aprile la tensione tra i vertici politici del Sudan si è trasformata in una escalation di scontri. L’epicentro delle violenze che stanno mettendo in ginocchio il paese è la capitale Khartoum, ma c’è il rischio che si diffondano a macchia d’olio in tutta la nazione. Alla base la rivalita’ politica tra i vertici del Consiglio Sovrano di Transizione, ufficialmente ancora alla guida del paese: in particolare tra il presidente Abdel-Fattah al-Buhran ed il vicepresidente con ideologie filorusse Mohamed Hamdan Dagalo. A darsi battaglia l’esercito regolare, agli ordini di al-Buhran ed i paramilitari di Dagalo: si stima che questi ultimi possano vantare circa 100.000 unita’. Proprio le milizie paramilitari una ventina d’anni fa hanno svolto un ruolo decisivo nella repressione dei ribelli nella zona del Darfur, a sostegno dell’allora presidente Omar al Bashir.

Radici

Il conflitto ha origini ben piu’ lontane di quelle attuali. L’instabilita’ politica del paese raggiunge il suo apice nel 2019, dopo che i suoi vertici nel corso degli anni sono stati accusati da piu’ fronti di continue violazioni dei diritti umani, supporto al terrorismo internazionale e crimini di guerra, Omar al Bashir, dopo oltre tre decenni di dittatura ( basti pensare che alle elezioni del 2015 ha stravinto con il 94.5% dei voti), viene deposto tramite un colpo di Stato arrivato al termine di proteste popolari proseguite per mesi. Illo tempore i protagonisti della diatriba odierna si trovavano schierati contro al Bashir dalla stessa parte della barricata, cosi’ come ai tempi della guerra in Darfur (al-Buhran aveva il rango di comandante,  Dagalo era impegnato sul campo con le milizie paramilitari dei janjaweed). Il gruppo dei miliziani arabi janjaweed, nel corso degli anni macchiatisi di incredibili atrocita’, viene accusato (tra le altre cose) di avere rapporti di vicinanza con la Wagner, il gruppo di mercenari filorussi tristemente noto per le vicende in Ucraina. Al momento, pero’, non vi sono notizie certe a confermare o smentire l’accusa.

Golpe

I colpi di Stato purtroppo non sono una novita’ nella storia del Sudan. Quello che ha deposto al Bashir ha restituito inizialmente la democrazia al popolo sudanese. Una ventata d’aria fresca durata appena due anni: dopodiche’, nell’autunno 2021, proprio il duopolio al-Buhran- Dagalo fa cadere con un altro golpe il governo civile di Abdalla Hamdok (resosi protagonista di alcune riforme, tra cui l’abolizione della pena di morte per omosessualita’ e l’abolizione delle mutilazioni genitali femminili).  Ma l’equilibrio tra le posizioni di al-Buhran e quelle di Dagalo è precario e regge fino a dicembre 2022. La goccia che fa traboccare il vaso è l’intenzione del presidente sudanese di regolamentare i janjaweed (ora denominati RSF, Rapid Support Forces) nei ranghi dell’esercito, nell’ottica del passaggio ad un’amministrazione civile. Da quel momento in poi: dichiarazioni al vetriolo da parte di entrambi gli schieramenti, una taglia sulla testa di al-Buhran da parte di Dagalo e gli aerei dell’esercito regolare che provano a reprimere il nuovo tentativo di colpo di Stato.

Stime

Prime reazioni sono state quelle del Segretario di Stato americano Blinken, che ha ribadito il sostegno al governo di al-Buhran. A mettere apprensione pero’, è la sicurezza della popolazione interna e il possibile esodo dei sudanesi. Filippo Grandi, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati, sul suo profilo Twitter afferma come, ad aggiungersi ai 50.000 gia’ sfollati, ci sia il rischio che si arrivi quasi a quota un milione. Il tweet non lascia spazio ad interpretazioni: “L’UNHCR si sta preparando alla possibilita’ che oltre 800.000 persone possano fuggire dai combattimenti in Sudan verso i paesi vicini. ” Tiene banco anche la questione dei possibili danni in prospettiva. Per capire l’entita’ dei rischi basta rifarsi ai numeri del conflitto del Darfur, in cui è stata fin troppo evidente la difformita’ di giudizio tra il governo sudanese e la stima delle Nazioni Unite. Le cifre dell’ONU furono di 400.000 civili morti per malattie e carestie, 300.000 morti per violenze e malattia e ben 2 milioni di sfollati: quelle di Khartum appena 9.000 morti e 450.000 profughi. Il beneficio del dubbio è lecito, ma viene difficile pensare che, nonostante gli occasionali cessate il fuoco (ieri l’ultima rottura della tregua e la ripresa degli scontri nella capitale) , possano seguire numeri piu’ rassicuranti.

Tags: Africaguerra civileimpronte migrantiImpronte socialisudan
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Comments 1

  1. Violi Martina says:
    3 anni fa

    Ancora una volta uno scrivere puntuale e chiaro ormai raro da trovare nei tanti articoli che si leggono on line. Riportare fatti per aprire uno scenario critico al lettore.

    Rispondi

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