Riceviamo e pubblichiamo: riflessione sul 25 aprile a cura di Rino Malinconico, filosofo e scrittore.
Mi permetto una piccola riflessione a proposito della battaglia “di sinistra” sull’antifascismo e per l’antifascismo. Noi – e con “noi” intendo coloro che, come me, non si sentono riconciliati con la società capitalistica e anelano a un mondo senza sopraffazioni e senza miseria -, noi, dunque, concepiamo l’antifascismo come riproposizione della spinta a una società più giusta. Non abbiamo torto, o perlomeno non abbiamo del tutto torto, perché una tale spinta caratterizzò effettivamente ampi settori della lotta di Liberazione. Credo, perciò, che facciamo bene a farla così la battaglia sull’antifascismo, e che ci sia ancora spazio per farla.
Tuttavia, proprio in questi ultimi giorni il nostro schieramento, lo schieramento per questa battaglia e per questa impostazione, ha dovuto vistosamente arretrare, ed è in piena offensiva l’idea che “antifascismo” significhi soprattutto “guerra patriottica”.
Pure in passato la tesi della “guerra patriottica contro l’occupazione tedesca” ha avuto cultori e estimatori (anche perché poggia su indubbi elementi di verità storica, seppure da non assolutizzare); essa però non era stata mai, fino a oggi, maggioritaria. Maggioritaria, e ampiamente maggioritaria, è stata invece l’interpretazione della Resistenza come scontro prevalentemente antifascista e antinazista, ovvero come conflitto tra opposte concezioni del mondo. Ma proprio a ridosso di questo 25 aprile 2023 a me pare – lo dico con dispiacere e preoccupazione – che l’altra lettura abbia fatto un deciso passo in avanti; e si vada configurando, anzi, una sua prevalenza, in uno con la legittimazione, persino su questo piano, della Presidente del Consiglio.
Ma se la nostra battaglia sull’antifascismo e per l’antifascismo si vede costretta a ripartire da una situazione più arretrata di quella che c’era prima di questo 25 aprile, occorrerà necessariamente riarticolare anche i nostri discorsi. D’altronde, la battaglia culturale e politica sulla dicotomia fascismo-antifascismo, già una volta noi l’abbiamo persa. Quelli che hanno la mia età lo ricorderanno, perché avranno partecipato ad affollatissimi cortei, o li avranno visto sfilare, che urlavano in piazza: “la resistenza è rossa, non è democristiana”. Quello slogan costituiva una palese forzatura sul piano della ricostruzione storiografica; ma noi lo gridavamo con convinzione e con ostinazione.
Non poteva bastare, ovviamente. E non bastò. Noi non l’abbiamo spuntata: i democristiani non solo rimasero più legittimati della sinistra extraparlamentare a commemorare il 25 aprile, ma progressivamente sono riusciti a egemonizzare l’intero quadro politico. Di fatto, a cavallo tra XX e XXI secolo, sono stati davvero tanti gli ex iscritti del vecchio Partito Comunista Italiano che hanno applaudito con soddisfazione a segretari nazionali e dirigenti autorevoli formatisi nell’ambito della DC e delle sue propaggini, o nelle realtà ad esse collaterali.
Vorrei ora che evitassimo una nuova, e ben più bruciante sconfitta. Penso, a tal fine, che non sia sufficiente, e forse neppure adeguata, l’insistenza sul carattere “di popolo” della lotta partigiana, e che si dovrebbe invece recuperare con maggiore convinzione, accanto alla dicotomia fascismo-antifascismo, proprio la dicotomia che più specificamente appartiene a coloro che intendono conservare una visione socialmente critica dell’attuale società, e alla quale specificamente io mi sento di appartenere: quella tra sfruttati e sfruttatori, tra il basso e l’alto della società.
Non so quanti, più giovani di me, conoscono una canzone del 1965 di Ivan Della Mea. Parlava di un vecchio partigiano che aveva il colore rosso nei “giorni della lotta”, ma “nell’ora del ricordo” si ritrovava a portare il tricolore: “Tricolore era la piazza / tricolori i partigiani / «Siamo tutti italiani» / «Viva viva la nuova unità»”. Tutta la Piazza, un unico tricolore: “E che festa e che canti / e che grida e che botti / e c’è Longo e c’è Parri / e c’è anche Andreotti. / E c’è pure il mio principale / quello che mi ha licenziato / quello sporco liberale / anche lui tricolorato”. È a quel punto che arriva il gesto liberatorio: “E mi son tolto il fazzoletto / quello bianco verde e rosso / ed al collo mi son messo / quello che è solo rosso. / E mi hanno dato del cinese / mi hanno detto “disfattista”. / Ho risposto secco secco / «Ero e sono comunista»”.
È chiaro che si tratta di una canzone interna alla dinamica fascismo-antifascismo per come la visse il Lungo Sessantotto italiano; e io non intendo affatto ripetere le logiche di quella stagione sul tema dell’antifascismo: non solo perché già allora l’abbiamo persa la battaglia sulla “proprietà morale”, ma anche perché siamo ora in condizioni molto più difficili. Penso, però, che dovremmo costantemente accompagnare il contenzioso sull’antifascismo con la dicotomia sfruttati/sfruttatori. Senza sovrapporre indebitamente i due piani (come fece velleitariamente il Sessantotto), e però mettendo in evidenza la presenza, non esclusiva ma comunque ampia, delle rivendicazioni sociali anche nella lotta di Liberazione. Come pure nella Costituzione che, in qualche modo, l’ha poi sintetizzata.






