No alla guerra
Un’altra guerra, l’ennesima, si affaccia sul panorama internazionale.
Questa volta sono i cieli dell’Ucraina ad illuminarsi del tetro bagliore delle esplosioni di decine di bombe. Ancora una volta, la vita di milioni di cittadini inermi è messa a repentaglio per logiche strategiche che non trovano alcuna giustificazione etica e morale. Sulla questione riceviamo e pubblichiamo una riflessione di Rino Malinconico, filosofo e scrittore da sempre impegnato nella promozione dei diritti e della pace.
PARLARE DELLA GUERRA O FARE QUALCOSA CONTRO LA GUERRA?
Per come la vedo io, non è affatto necessario marciare su Facebook dietro gli eserciti che contendono tra loro. E ciò indipendentemente dal fatto che si marci di buona lena o di malavoglia, o che magari si ripeta, a capoversi alterni, che i torti stanno da ambedue le parti, e che però, per amore di “verità” (come se non fosse acclarato che nelle guerre la prima vittima è proprio la verità…), bisognerebbe pur convenire che uno di loro (e qui si scelga a piacere) ha visibilmente più torto dell’altro.
Non è necessario, in altre parole, e meno che mai opportuno, mettersi a guardare dall’esterno a giudicare le mosse dei due schieramenti, come si farebbe a una partita di calcio vista dagli spalti. O come farebbe uno storico quando analizza un determinato periodo del passato. Del resto, sia i cronisti sportivi che gli storici sanno benissimo che la spiegazione di ciò che avviene in campo, o che è avvenuto sui sentieri tortuosi della storia, confina inevitabilmente con l’ambito scivoloso della giustificazione. E cercano sempre, non sempre riuscendovi, di separare spiegazioni e giustificazioni.
Il punto è che i social abbondano troppo di improvvisati cronisti sportivi “da bar” e di volenterosi ma sprovveduti “indagatori della storia”. I primi non ce la fanno a separare realmente la narrazione dalla tifoseria; i secondi ignorano beatamente che le “motivazioni storiche” sono un autentico pozzo senza fondo, da cui si possono sempre attingere, con un cammino a ritroso nel tempo, i più vari torti e le più svariate ragioni.
Insomma, io non credo che di fronte a una guerra l’urgenza vera sia di “spiegare ciò che sta succedendo”. Per come la vedo io, ciascuno e ciascuna di noi dovrebbe invece fare qualcosa, anche una piccola cosa, nei luoghi dove vive e dove, per l’appunto, qualcosa può fare.
Per esempio, qui in Italia, chi ha a cuore la vita umana potrebbe rafforzare, con la sua presenza fisica e la sua voce, le manifestazioni pacifiste, magari rivendicando, sempre per esemplificare, l’uscita del nostro Paese dalla NATO, il dimezzamento delle spese militari e la cancellazione delle tante servitù militari che deturpano i nostri territori.
E non credo affatto che battersi per un mondo di libertà, uguaglianza, solidarietà e pace significhi avere la testa tra le nuvole.
Significa, invece, che si sceglie, come bussola di riferimento reale, non una bandiera che sventola, bensì la popolazione civile: ovvero, coloro che nelle guerre di sempre, e ancor più in quelle di oggi, sono destinati a fungere semplicemente da bersaglio.
Qualche tempo fa, Bertoldt Brecht lo descriveva benissimo come stanno le cose quando arriva la guerra:
Sul muro c’era scritto col gesso
viva la guerra.
Chi l’ha scritto
è già caduto.
chi sta in alto dice:
si va verso la gloria.
Chi sta in basso dice:
si va verso la fossa.
La guerra che verrà
non è la prima. Prima
ci sono state altre guerre.
Alla fine dell’ ultima
c’erano vincitori e vinti.
Fra i vinti la povera gente
faceva la fame. Fra i vincitori
faceva la fame la povera gente egualmente.
Al momento di marciare molti non sanno
che alla loro testa marcia il nemico.
La voce che li comanda
è la voce del loro nemico.
E chi parla del nemico
è lui stesso il nemico.






