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Diritto alla casa: il profitto che offende la dignità

Domenico Modola di Domenico Modola
4 Dicembre 2025
in Culture resistenti, L'altro mondo possibile, Tempi Moderni
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Diritto alla casa: il profitto che offende la dignità
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Affitti alle stelle nelle grandi città: il diritto alla casa a Milano o Roma è diventato utopia. A Milano come a Napoli le vittime sono le stesse: i lavoratori precari, gli studenti e le famiglie monoreddito. In assenza di contromisure concrete, il profitto incide sulla vita delle persone.

I dati degli ultimi mesi lasciano poco spazio all’immaginazione: dal carburante alla spesa, passando per le bollette, i rincari sono ovunque. Come se non bastasse, si aggiungono alla lista i prezzi folli degli affitti nelle grandi città (ma non solo). Il problema sta alla radice, anzi all’apice: non è la carenza di affitti a determinare l’aumento, ma la logica del profitto contro il diritto alla casa.

Diritto alla casa vs prezzi folli: è normale?

Il caso di Milano

L’aumento dei fitti non è una novità: studenti, tirocinanti e precari, denunciano da anni la crescita esponenziale dei fitti in Italia. Aumentano i prezzi ma i salari restano uguali (se non diminuiscono). Le denunce principali arrivano dalle grandi città, Milano e Roma soprattutto, ma anche Torino, Bologna e Napoli riscontrano gli stessi problemi. Secondo una ricerca di Abitare Co., Milano è la città più cara d’Europa in termini di affitti: 2090 euro in media per un apparamento in centro. Nella stessa classifica, Roma è al quarto posto dietro ad Amsterdam e Parigi, dove però, gli stipendi risultano essere più alti.

La città meneghina è ancora oggi meta di chi cerca opportunità di studio e lavoro, ma spesso il sogno si infrange contro costi esorbitanti per appartamenti fatiscenti al limite della dignità. Fanno notizia gli annunci scandalosi di appartamenti in affitto, in cui il proprietario propone stanze minuscole in cui gli affittuari si devono accontentare di un materasso poggiato su delle assi di legno. Se il centro è improponibile da tempo, i lavoratori si concentrano sui quartieri limitrofi e nell’area metropolitana.

Il risultato? Oggi anche in quelle zone crescono i canoni e, anche lì, trovare appartamenti a prezzi ragionevoli, sta diventando un’odissea. In sostanza, chi intende trasferirsi a Milano per cercare lavoro o per motivi di studio, è costretto ad accontentarsi della periferia o dei piccoli comuni vicini, con conseguente aumento della spesa in trasporti.

Trovare casa a Roma: il problema degli studenti

A Roma, la situazione non è diversa. La Capitale attrae ancora lavoratori e studenti, ma attualmente si configura come la città italiana con il più alto divario tra affitti richiesti e budget degli inquilini. A Roma è in atto una vera e propria emergenza abitativa, dato che la domanda e l’offerta di casa non si incontrano. I redditi sono leggermente più bassi e determinate zone sono diventate inaccessibili, persino per i romani stessi, che sono costretti a lasciare i quartieri in cui hanno risieduto storicamente. Aumentano i prezzi delle case ma anche dei locali commerciali: chiudono esercizi storici come librerie di quartiere, negozi di prossimità e chi resta, resiste a fatica alla speculazione.

A Roma si arriva anche a 1.200 euro al mese per un monolocale, nemmeno troppo centrale, con un incremento del 9,1% rispetto al 2024. Gli studenti poi, denunciano una situazione insostenibile: case sovraffollate, appartamenti fatiscenti e prezzi che arrivano anche ad 800 euro per una stanza senza finestre. Roma allontana i romani e i fuori sede: sono 70.000 e molti di loro si sono dovuti accontentare di appartamenti di fortuna, in seminterrati maleodoranti e appartamenti condivisi in condizioni inconcepibili.

Napoli: la città rinasce ma senza i cittadini

Napoli si è imposta da qualche anno come capitale turistica del paese. Centinaia di migliaia di turisti la visitano annualmente e il fenomeno dell’overtourism non è più uno spettro, ma una realtà concreta. La prima conseguenza diretta è stata la crescita esponenziale di b&b e affitti brevi, spuntati come funghi praticamente in ogni angolo della città e persino nell’area metropolitana (per turisti ignari delle difficoltà con i mezzi pubblici). La seconda conseguenza è la gentrificazione del centro, che in poco tempo sta allontanando i napoletani dalla città. Se si prende in considerazione il prezzo degli affitti medio pre-Covid, riscontriamo un aumento del 43% negli immobili del centro storico. La piattaforma Air B&B è l’emblema della crisi: +800% degli annunci in più provenienti da Napoli.

Le associazioni di cittadini, i comitati per il diritto all’abitare si battono da anni, chiedendo un tavolo di confronto alle istituzioni comunali, ritenute responsabili della trasformazione del centro storico, che allo stato attuale, è diventato un ammasso di stereotipi e street food al servizio del turismo mordi e fuggi. Istituzioni che però non considerano il diritto alla casa, anzi, minimizzano il problema, ritenendo che non esista la saturazione di cui parlano i comitati. La realtà intanto è diversa: aumentano gli affitti, aumenta il costo della vita, e i napoletani sono costretti a scappare dal centro e a cercare soluzioni più economiche in provincia.

Come a Milano e a Roma, a farne le spese sono i meno abbienti: lavoratori precari, studenti fuori sede, famiglie con un solo reddito. Anche qui si denunciano casi di appartamenti malsani o piccolissimi, in cui si è cosretti a condividere l’appartamento, anche con 8 coinquilini. Aumentano gli affitti, ma aumentano anche gli sfratti: i proprietari di appartamenti decidono di espellere gli inquilini, spesso storici, per dare vita all’ennesimo b&b. La cosa si traduce inevitabilmente in sfratto esecutivo, compiuto da soggetti sia privati che pubblici. Lo sfratto poi è il culmine di un percorso quasi persecutorio, che inizia con l’aumento del canone d’affitto, che spesso raddoppia, proprio per costringere l’inquilino ad andare via.

Il silenzio della “normalità”

Di fronte all’aumento dei prezzi, le conseguenze ricadono tutte sugli inquilini, sugli studenti e sui ceti popolari. La prima cosa che balza all’occhio è l’assenza totale di risposta da parte delle istituzioni. Sindaci, assessori, consiglieri, paiono soprassedere sul diritto alla casa, come se la privazione fosse normale, una normalità alla quale bisogna semplicemente adeguarsi. Poco importa se i rincari modificano la città, la snaturano e frantumano l’identità dei quartieri; poco importa se i fuori sede e i lavoratori vivono in condizioni precarie, e poco importa se pochi speculano sul diritto all’abitare di altri.

Eppure, tutto ciò non è normale, e non lo si può ritenere tale. Questa concezione, diremmo “neoliberista”, secondo cui è il mercato a decidere, e se i prezzi aumentano anche a 3000 euro al mese è così che deve andare, sembra essere quella dominante: lo stato deve interferire il meno possibile, ed è quello che sta facendo. Chi non se lo può permettere si deve adattare, cambiare casa, lavoro, abitudini.

Il silenzio delle istituzioni finisce con trasformare i diritti in privilegi: la casa è diventata un lusso, la mobilità è per chi può permettersela e lo studio è un privilegio da sostenere economicamente. Non si tiene conto di un aspetto: il mercato non è neutro, nutre i rapporti di forza dove, a decidere è chi ha più capitale.

Di chi è la colpa?

Spesso, l’opinione comune porta a pensare che l’aumento dei prezzi sia dovuto ad una carenza di appartamenti, al fatto che, insomma, ce ne siano davvero pochi. Falso. La responsabilità è dei grandi fondi immobiliari, i grandi proprietari privati od ecclesiastici (come le confraternite a Napoli), che utilizzano le case a scopo speculativo. L’altro problema sta negli affitti brevi, gli Air B&B e simili che sottraggono alloggi al mercato residenziale. Come se non bastasse, manca l’edilizia pubblica in quanto non si costruiscono più alloggi popolari da oltre 30 anni ed infine, l’ultima questione è che gli stipendi in Italia, diminuiscono anzichè crescere. In questo scenario, il diritto alla casa è messo seriamente a repentaglio.

Eppure le abitazioni sono un bisogno primario. Speculare su di esse vuol dire trarre profitto da un qualcosa che dovrebbe essere garantito a tutti. Ciò non è normale. Per contrastare il fenomeno, occorrerebbe una parte politica, una serie di decisioni da prendere in capo alle istituzioni. In altre città europee come Barcellona, Vienna e Berlino, qualcosa è stato fatto. Sono stati introdotti dei tetti massimi agli aumenti dei fitti, canoni calmierati, limitazioni agli affitti brevi e alla presenza degli Air B&B, nonchè limitazioni al numero massimo di appartamenti in mano ad un unico proprietario. Dopodichè bisognerebbe ripartire con il riutilizzo di locali pubblici e con una seria programmazione di edilizia popolare, dando vita ad una politica abitativa strutturata.

Tags: casadiritti umaniImpronte sociali
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