40 anni dal terremoto dell’Irpinia. Molti di noi non erano ancora nati e, chi c’era vorrebbe dimenticare quegli istanti interminabili. Un sisma durato poco più di 90 secondi, ma che provocò una devastazione senza precedenti. I paesini dell’epicentro, ma non solo quelli, si presentavano come un unico ammasso di macerie, laddove le pietre di una casa non si distinguevano da quelle di altre case. Conza della Campania, Teora, Lioni, Sant’Angelo dei Lombardi furono l’epicentro del terremoto e patirono danni incalcolabili. Alla fine si contarono 2914 morti, più di 8000 feriti e circa 300.000 sfollati. I danni interessarono anche molte località della Basilicata e della Puglia, passando naturalmente per Benevento e per Napoli, e Salerno.
I giorni del sisma
La magnitudo fu del 6.9, il grado decimo della scala Mercalli. Gli esperti classificano il sisma irpino tra i più disastrosi della storia d’Italia, forse il primo in classifica. Si racconta infine che le scosse provocarono uno sprofondamento del terreno di circa 4 metri. Lo dissero gli esperti e lo testimoniarono i sopravvissuti che videro letteralmente aprirsi il terreno sotto ai piedi. Un minuto e mezzo per perdere tutto. Intere famiglie cancellate ed ogni famiglia sopravvissuta ha perso almeno un parente. Crollò il 97% delle case di Sant’Angelo dei Lombardi, ma crollarono le case persino a Napoli, complice forse anche l’incuria ed i difetti di costruzione. Difetti che provocarono il crollo di un edificio a Poggioreale, verso via Stadera, provocando 52 morti.
Chi non c’era non può immaginare cosa sia stato quel sisma. Noi non possiamo immaginarlo. Nelle zone colpite tardavano ad arrivare i soccorsi, sia per l’impossibilità di fare telefonate, sia per l’isolamento geografico di alcuni comuni, i quali non poterono lanciare l’allarme. Gli effetti del terremoto quindi, furono aggravati dal ritardo dei soccorsi, la cui copertura su tutti i territori colpiti, fu totale solo dopo 5 giorni dalla scossa del 23 novembre.
Fate presto!
il Presidente Sandro Pertini fu tra i primi a denunciare i ritardi, e lo fece in diretta TV. Il discorso televisivo del Presidente smosse le coscienze e fornì un quadro più chiaro dell’entità del dramma, tanto da indurre molti volontari da tutta Italia a raggiungere la Campania per dare una mano. Furono le basi per l’istituzione della Protezione Civile Nazionale, che sarebbe avvenuta l’anno successivo. Stati Uniti, Germania Ovest, Austria, Jugoslavia, Belgio, Algeria, Arabia Saudita e persino Iraq fornirono ospedali da campo, personale militare e sanitario, medicinali e aiuti economici.
Al dramma, umano e sociale, si aggiunse la più bieca e squallida speculazione: i comuni colpiti furono 339, ma divennero il doppio nel decreto per la ricostruzione. I fondi furono dirottati verso aree che non ne avevano diritto e quei soldi vennero impiegati per foraggiare palazzinari e camorristi. Losche manovre che furono oggetto delle indagini delle inchieste “Irpiniagate” e “Terremotopoli”. Quasi 6000 miliardi di vecchie lire furono stanziati per la ricostruzione, che facevano gola a politici e speculatori locali, che fecero pressioni affinchè i loro comuni venissero inseriti nell’elenco delle aree colpite per avere la propria fetta di fondi.
Quali conseguenze
La conseguenza? Molte zone dell’avellinese, ma anche della provincia di Napoli, denunciano ancora quartieri da rifinire e ricostruzioni mai avvenute a 40 anni di distanza. In altre zone, invece solo dopo decine di anni di vita nei container sono riusciti ad ottenere delle case vere e proprie. Con la legge 219/1981 poi, si decise di costruire alloggi nelle varie province di Napoli per dare una casa agli sfollati. Furono eretti nuovi quartieri, spesso lontani dal centro abitato, con la conseguente creazione di situazioni di emarginazione e ghettizzazione degli abitanti, con tutti i problemi che ne derivano. In Irpinia invece, si cominciò a parlare di sviluppo. I politici dell’epoca, portarono qualche fabbrica tra i monti, ma lo spopolamento e le migrazioni che continuano ancora oggi, sono la dimostrazione che quelle poche realtà produttive non cambiarono lo scenario. A 40 anni dal sisma l’Irpinia si fermerà per ricordare i suoi cari, i suoi affetti ed i suoi centri storici. L’Irpinia si fermerà con le domande senza risposta e le perplessità cadute nel dimenticatoio. Dopo 40 anni, la ferita della terra e la ferita nella mente di chi, quel sisma lo ha vissuto non si sono ancora rimarginate; e nemmeno il tempo riuscirà a sanarle mai.






