a cura di Rino Malinconico
Ho appreso con dolore della morte di Vittorio Granillo. Dopo Mara Malavenda, venuta meno alcuni mesi fa, la scomparsa, a 75 anni, di Vittorio chiude davvero un’epoca. Assieme a lui e a Mara, in tanti di noi abbiamo costruito il sindacalismo di base, proponendo allo smarrimento operaio dei primi anni ’90 la prospettiva di una lotta più audace e complessiva. Più audace perché complessiva; e più complessiva perché audace.
La cosiddetta “stagione dei bulloni” che caratterizzò la dialettica operaia della prima metà degli anni ’90, incentrata sulla non-concertazione coi padroni e sulla contestazione dura del sindacalismo concertativo nelle grandi fabbriche, in particolare nelle grandi officine metalmeccaniche, rafforzò enormemente lo SLAI COBAS e il suo ideale di “sindacato di tipo nuovo”. E di quella esperienza Vittorio fu la vera anima.
La direzione dell’Alfa Sud di Pomigliano le provò tutte, senza riuscirci, per liberarsi di quello scomodissimo operaio-contestatore: ammonizioni, sospensioni, licenziamenti, perfino il confino in un piccolissimo reparto di lavoratori sordomuti, per non farlo parlare con nessuno.
E già: perché Vittorio era davvero convincente, molto convincente quando spiegava che non di un “nuovo sindacato” c’era bisogno, bensì di un “sindacato di nuovo tipo”; che doveva praticare al suo interno, come diceva sorridendo, la “democrazia cubica”. Doveva funzionare, cioè, senza differenze tra base e vertice, e perciò senza neppure i sindacalisti di mestiere.
Il tentativo era di dar vita a una soggettività autorganizzata, capace di portare veramente alla luce, nella sua stessa pratica, il contenuto politico dello scontro di fabbrica sul valore del lavoro. Il contenzioso quotidiano su salario, orario, ritmi, nocività diveniva cosi – per lo SLAI COBAS di Pomigliano, di Torino, di Cassino, di Arese, di Termoli, di Melfi… – occasione e punto di partenza per un più generale conflitto tra il basso e l’alto della società sul nodo decisivo della piena cittadinanza umana. E il bello era che le cose si mettevano davvero in moto. Contro la precarietà del lavoro e della vita c’era adesso un soggetto nuovo, ibrido rispetto ai canoni consolidati, ma incredibilmente vitale. Che per alcuni anni ebbe perfino la maggioranza relativa dei delegati del Consiglio di Fabbrica a Pomigliano e in altre fabbriche del gruppo Alfa.
Era un soggetto sindacale e politico assieme, esplicitamente non riconciliato col capitalismo. Un soggetto, a dirla in breve, che rivendicava con fermezza l’alternativa complessiva di società, declinandola sui temi decisivi dell’ugualitarismo e della solidarietà. E quegli anni furono singolarmente generosi. Come pochi altri. Proprio così: generosi. Con grandi lotte.
Poi le cose cambiarono. Non si vinceva sull’obiettivo fondamentale della riduzione dell’orario di lavoro (35 ore pagate 40); e non si riusciva a impedire la dinamica delle esternalizzazioni selvagge, col moltiplicarsi degli appalti e dei subappalti e la frantumazione delle produzioni, dei contratti e delle concrete condizioni di lavoro. Soprattutto non si riuscivano a bloccare le ristrutturazioni aziendali e i trasferimenti all’estero, nei paesi con più bassi salari, di pezzi sempre più consistenti del processo produttivo. Così le fabbriche, le grandi fabbriche, si assottigliavano: passeranno, in pochissimo tempo, dalle decine di migliaia alle migliaia, e poi alle poche migliaia di lavoratori e lavoratrici.
Il liberismo, in sostanza, vinceva. E il “sindacato di tipo nuovo” perdeva forza. Si appannava la stessa idea originaria del “sindacato senza sindacalisti”; e il sindacalismo di base avrebbe presto conosciuto dinamiche plurime di divisione e scissioni.ù
Ne è passata, così, di acqua sotto i ponti. E quella stagione straordinaria, che va sostanzialmente dal 1992 al 2006, è ormai consegnata alla storia.
Ma nulla si perde nel flusso della storia. E quando le vicende di allora verranno riscoperte – perché prima o poi le cose buone tornano di sicuro nella memoria collettiva -, io lo so che il nome di Vittorio Granillo ritornerà ad essere pronunciato come avveniva in quegli anni. Con rispetto e con affetto. Con grande rispetto. E con grandissimo affetto.






