Dalle fiamme nella zona PIP alla nascita del movimento giovanile: mentre la Magistratura indaga sul sito sotto sequestro, la popolazione sfida i divieti e chiede risposte sulla sicurezza del territorio.
Ad Airola l’aria è pesante, e non solo per il grave incendio che, il 31 agosto, si è scatenato nella zona PIP. Le fiamme sono partite da un sito di stoccaggio di rifiuti della EcoEnergy. Secondo i dati della Prefettura, il sito conteneva circa un milione di metri cubi di materiale, tra cui plastiche, carta in balle e pneumatici. Il sito però era già posto sotto sequestro dal 2024. Il cielo di Airola si è trasformato in una coltre di fumo nero, denso e tossico. La nube ha interessato l’intera Valle Caudina, il Sannio, la provincia di Avellino e i comuni della Valle di Suessola, in provincia di Caserta. Tempestive sono arrivate le ordinanze dei sindaci dell’area colpita, che hanno invitato la popolazione a chiudersi in casa, indossare mascherine e non accendere i condizionatori. Tutto ciò, in un periodo in cui il caldo si faceva ancora sentire, ha assunto i toni di un’emergenza da contenere a ogni costo.
Sul tavolo finisce ancora una volta il tema della tutela del territorio: non solo perché questo non è il primo incendio tossico che colpisce Airola, ma perché di controlli e prevenzione non si riesce proprio a parlare. Già nell’ottobre del 2021 un vasto rogo interessò il deposito Sapa in via Campo. Ora, però, la popolazione di Airola ha deciso di alzare la testa. Da quel giorno diversi gruppi di cittadini si sono organizzati, dando vita a un’altra scintilla: quella della protesta di popolo, alimentata da anni di torti e ingiustizie e da un rischio concreto per la salute.
Ma non basta. La rabbia popolare si è fatta sentire — anzi vedere — in modo ancora più netto. Nelle prime notti di settembre, sui muri della cittadina è apparsa la scritta “AIROLA BRUCIA”.

La scritta di protesta
Due scritte imponenti, a caratteri cubitali, tracciate con vernice nera. Gli artefici delle scritte si firmano come Collettivo Anonimo. L’imponenza dei tratti, molto marcati, rappresenta appieno la voglia di riscatto del territorio. La prima è apparsa in pieno centro, sul muro perimetrale di un vecchio stabile abbandonato, in piazza Caduti di Nassiriya. La seconda, identica, nell’area industriale, proprio quella interessata dal rogo del 2021. Una scelta per nulla casuale: la prima al centro, dove nessuno può far finta di non vederla; la seconda nei luoghi della memoria, a testimoniare le ferite ambientali e le bonifiche mai avvenute.
Si tratta di una forma di protesta silenziosa ma evidente, che salta subito all’occhio. Nulla di minaccioso: nessun inneggiamento alla violenza, nessun simbolo. Eppure, quelle scritte sono state prontamente rimosse dal Comune. Sono durate pochissimi giorni prima che l’amministrazione disponesse di coprirle con della vernice.
Una reazione istituzionale tempestiva, arrivata molto prima della trasparenza, dei controlli e delle risposte che i cittadini chiedevano e continuano a chiedere. L’aspetto che, secondo i componenti del collettivo, evidenzia un intento censorio è che il muro non è stato affatto ripristinato nella sua interezza. La parete su cui campeggiava “AIROLA BRUCIA” è segnata da decenni di degrado, scritte stratificate e manifesti sovrapposti; eppure, a sparire sotto il pennello dell’amministrazione è stata unicamente la scritta che dava voce alla protesta e alla rabbia popolare.
La manifestazione
Un atteggiamento analogo si è registrato in occasione della manifestazione promossa per il 6 settembre, quando il Sindaco ha emanato un’ordinanza che vietava i cortei e le attività all’aperto, adducendo come motivazione i rischi legati all’aria ancora irrespirabile.
La popolazione di Airola era d’altronde già sensibile ai temi ambientali e il rischio incendio. Sul territorio esistono infatti due comitati: Comitato Salute e Ambiente, nato nel 2021 a seguito dell’incendio di quell’anno e Basta Bruciare il Nostro Futuro, nato dall’impeto dell’incendio di questo 31 agosto. Un movimento di giovani che ha scelto di promuovere la protesta a prescindere da ordinanze e divieti, radunandosi nel chiostro di Palazzo Montevergine, seppur con un’affluenza ridotta a causa delle restrizioni. C’erano striscioni, slogan e interventi al microfono di vari attivisti, ma anche una raccolta firme per una petizione per chiedere le dimissioni del sindaco in carica.
Di chi è la colpa?
I cittadini di Airola chiedono risposte, non censure. E al momento quelle risposte non sono ancora arrivate. Ci si chiede come mai un sito sottoposto a sequestro giudiziario non sia stato adeguatamente sorvegliato e custodito, così come previsto dalla legge. Ci si chiede chi avesse il dovere di tutelare la salute pubblica e, soprattutto, la popolazione attende di conoscere dagli organi inquirenti se dietro questi roghi vi siano le mani della criminalità organizzata o gli interessi opachi di chi lucra sulla pelle dei cittadini.
Chi doveva controllare? Perché non lo ha fatto? Perché all’interno dell’area era ancora presente un quantitativo così ingente di materiale altamente infiammabile?
Airola e i comuni limitrofi meritano chiarezza, anche perché il rischio era noto e ampiamente annunciato. Come ricordato di recente dalle analisi di Antonio Marfella, oncologo e presidente di ISDE Medici per l’Ambiente Napoli, la crisi strutturale del riciclo delle plastiche sta saturando gli impianti: il materiale si accumula e il rischio di incendi nei depositi diventa elevatissimo, con un impatto tossico devastante per la salute.
Mentre la Magistratura lavora per accertare le responsabilità materiali, le istituzioni e gli enti preposti devono chiarire il proprio ruolo nella filiera della prevenzione e verificare se siano state adottate tutte le misure di sicurezza prescritte per un sito sotto sequestro. Ma, per ora, tutto tace.
















