Tre casi di cronaca; tre notizie che hanno diviso l’opinione pubblica; tre elementi su cui la politica ha mostrato uno dei momenti più bassi del dibattito. La propaganda che agisce anche quando ci sono i morti di mezzo.
Tre tragedie. Tre notizie che hanno spaccato l’opinione pubblica. Un’unica, amara costante: una propaganda politica che non si ferma nemmeno davanti ai morti. Dal gioielliere Mario Roggero all’omicidio di Abderrahim Fakir, fino all’attentato di Berlino, il dibattito si è ridotto a uno scontro tra slogan. Nessuno argomenta, nessuno vince.
Il caso Mario Roggero e il cortocircuito sulla legittima difesa
Nel 2021, il gioielliere Mario Roggero insegue, spara e uccide due dei tre rapinatori che avevano assaltato il suo negozio nel cuneese. Il 14 luglio 2026 arriva la condanna a 14 anni e 6 mesi. I giudici non riconoscono la legittima difesa: l’azione è stata valutata come un’esecuzione. Le telecamere hanno smentito la versione iniziale di Roggero, e l’arma usata era detenuta illegalmente.
Eppure, una fetta della politica ha cavalcato la vicenda. Matteo Salvini ha persino proposto di candidare Roggero, parlando di palese ingiustizia. Il paradosso? La legge che ha condannato il gioielliere è stata varata proprio dalla Lega. Tale norma impone il principio di attualità del pericolo: puoi difenderti se la tua vita è a rischio in quel preciso istante. Nel caso di Roggero, i rapinatori stavano fuggendo.
Abderrahim Fakir: una morte inaccettabile e i protocolli ignorati
Poche settimane dopo, a Bologna, si consuma un’altra tragedia. Abderrahim Fakir, 42 anni, ha una crisi psicotica improvvisa. Interviene la polizia: viene atterrato sull’asfalto rovente, bloccato con lo spray al peperoncino e schiacciato a terra da più agenti, nonostante le grida di disperazione registrate in un video di 7 minuti divenuto virale.
L’autopsia parlerà chiaro: morte per soffocamento. Anche qui, la narrazione si è polarizzata. C’è chi difende a spada tratta l’operato delle forze dell’ordine parlando di “incidente”, ignorando un fatto cruciale: il protocollo ministeriale vieta esplicitamente di posizionarsi sullo sterno e sulle parti vitali durante il contenimento. La propaganda ha provato a inquinare il dibattito tirando in ballo vecchi precedenti penali della vittima, come se una fedina penale sporca potesse giustificare una condanna a morte su un marciapiede.
L’attentato al Pride di Berlino e l’omofobia strumentalizzata
A fine luglio 2026, un minivan si lancia contro la folla del Pride di Berlino. Il bilancio è di un morto e 29 feriti. L’attentatore, Abdul Ballout, cittadino tedesco di origine libanese con simpatie per l’ISIS, viene ucciso dalla polizia.
La tragedia diventa subito un megafono per chi, in Italia, sostiene l’incompatibilità totale tra l’Islam e i valori occidentali. L’omofobia dell’attentatore viene usata per etichettare un’intera comunità. Una generalizzazione pretestuosa che dimentica un dettaglio fondamentale: nella stessa Berlino convivono pacificamente oltre 200.000 musulmani, e l’odio contro la comunità LGBTQIA+ non ha un solo colore. Basti ricordare l’attentato simile avvenuto nel 2022, per mano di un estremista di destra neonazista.
Oltre il veleno: ripartire dai fatti
Raccontare la cronaca significa attenersi ai fatti, ai protocolli violati, alle sentenze lette per intero. Ridurre queste complessità a slogan da tifoseria serve solo ad alimentare la rabbia sociale e a raccogliere like, calpestando la dignità di chi non c’è più.






