Intervista a Rino Malinconico, scrittore, filosofo e autore prolifico per Edizioni Melagrana, sulle ragioni del NO al referendum sulla riforma della giustizia.
D. Perché sei critico verso la Riforma Costituzionale sulla giustizia e hai deciso di votare NO al Referendum?
R. Questa Riforma viene presentata dal governo e dalla quasi totalità dei media in maniera davvero fuorviante. Ci dicono che la questione è la separazione delle carriere dei magistrati. Ma se davvero così fosse saremmo proprio al Teatro dell’ assurdo.
Nel sistema giudiziario italiano, infatti, la separazione delle carriere tra il magistrato che svolge la funzione requirente e il magistrato che svolge la funzione giudicante esiste già. E se il problema fosse stato semplicemente di vietare del tutto i pochissimi passaggi che tuttora avvengono da una carriera all’altra – adesso è consentito chiederlo questo passaggio dopo un certo numero di anni, e per un’unica volta in tutta l’attività professionale, con conseguente trasferimento di regione -, ebbene se fosse stato questo il problema, si poteva procedere con un normalissimo dispositivo di modifica regolamentare. Non c’era mica bisogno di toccare la Costituzione.
La verità è che in gioco c’è ben altro.
D. E cioè? Su cosa andremo a votare il 22 e 23 marzo?
R. L’oggetto vero in gioco è la duplicazione del Consiglio Superiore della Magistratura, che è l’organo di governo dell’insieme dell’attività giudiziaria. Se ne fanno due, uno per chi svolge la funzione requirente (le Procure) e uno per chi svolge la funzione giudicante (i Tribunali e le Corti). E in aggiunta si crea una magistratura speciale, un Terzo Consiglio Superiore, con funzioni di giudizio disciplinare per i magistrati. E a me pare evidente che con un CSM per i pubblici ministeri separato dal CSM per i giudici dei Tribunali e delle Corti, e con un ulteriore terzo CSM in funzione di “Tribunale dei giudici”, l’effetto vero è di depotenziare l’insieme della funzione giudiziaria, che la Costituzione declina, non a caso, unitariamente come Terzo Potere – ovvero, come delicatissimo Potere di controllo e di garanzia – accanto ai Poteri Esecutivo e Legislativo.
D. Il governo sostiene che in tal modo, proprio separando i CSM, si evitano commistioni e condizionamenti tra chi accusa e chi giudica, rafforzando la terzietà, cioè l’effettiva indipendenza, della funzione giudicante…
R. A parte il fatto che le statistiche dicono che nella maggioranza dei processi i collegi giudicanti sentenziano in maniera diversa, e spesso diametralmente opposta, alle richieste dei pubblici ministeri, e che capita continuamente che ci sia plateale difformità di vedute tra i procuratori che arrestano e i giudici delle indagini preliminari che non convalidano gli arresti; a parte questo, io penso che una democrazia dovrebbe tenere la funzione giudiziaria al riparo, quanto più possibile, da tutte le influenze. E coloro che indagano e formulano accuse e coloro che giudicano e deliberano sentenze vanno tenuti al riparo soprattutto dalle pressioni del Potere. E intendo tutti i poteri, che nella nostra società sono molteplici: potere politico, potere economico, potere mediatico. Ma su questo la Riforma sottoposta a Referendum non aiuta per nulla. Anzi, rafforza con scoperta furbizia proprio la capacità di condizionamento del Potere Esecutivo.
D. Perché rafforzerebbe il potere di condizionamento del governo?
R. Intanto, perché se a fronte del governo, che è uno, ci sono due o tre organismi di autogoverno del sistema giudiziario, lo spazio di azione del governo si consolida e l’azione di controllo della magistratura tende inevitabilmente a disarticolarsi. Ma poi la Riforma modifica profondamente proprio il peso rispettivo di giudici e politici nel governo dell’attività giudiziaria. Lo fa prevedendo un singolare meccanismo di nomina per i componenti dei tre CSM. La maggioranza dei componenti resta togata, cioè costituita da magistrati; ma la designazione avviene incredibilmente per sorteggio fra tutti i magistrati (che in Italia sono complessivamente
9000). Ovvero, non c’è scelta. Decide la sorte.
D. Però il sorteggio è previsto anche per i componenti laici, quelli nominati dal Parlamento…
R. E proprio qui c’è la furbizia. I componenti laici vengono sì sorteggiati, ma da un elenco specifico approvato, a maggioranza, dal Parlamento. In altri termini, mentre i giudici che vanno a comporre i CSM sono decisi dalla pura sorte, i laici che rappresenteranno il Parlamento, saranno tutti ben vagliati in partenza e ovviamente espressi dalla maggioranza, e cioè dal governo. E non penso sia necessario spiegare perché poi, nelle decisioni dell’organo, il peso specifico delle due componenti pencolerà necessariamente dalla parte della componente politica…
D. È vero. Si può effettivamente sostenere che la Riforma depotenzia l’autonomia dei giudici. Ma questo perché sarebbe sbagliato? Non è forse vero che i giudici non rispondono a nessuno dei loro sbagli? E sbagli gravi ce ne sono stati, eccome…
R. È vero. Ci sono state sentenze persino scandalose. E ci sono state accuse e arresti senza alcun solido fondamento. E non sono poche le persone rimaste impunite per i ritardi dei processi o per la poca accuratezza dell’impianto accusatorio; oppure persone che, al contrario, hanno sofferto senza ragione. E alcuni hanno avuto per davvero la vita o la reputazione rovinata.
Ma detto questo, che c’entrano le singole vicende di malagiustizia con la moltiplicazione dei CSM? Forse che l’esistenza di più CSM impedirebbe l’accadere di queste cose? Peraltro, le norme che sanzionano le negligenze, o peggio, del singolo magistrato ci sono già tutte.
Ma a sanzionare i magistrati che meritano di essere giudicati e sanzionati non possono essere certo i politici. È un qualcosa che andrà fatto, ovviamente, da altri magistrati. Se ci sono problemi in merito, se non sempre c’è la sanzione per il giudice colpevole di negligenza, colpa grave o dolo, ciò vuol dire che la formazione morale e la deontologia professionale di chi intraprende la carriera di magistrato dovrebbero essere maggiormente curate. E se ci lamentiamo, giustamente, del fatto che esistono magistrati, e magari non sono neppure pochissimi, con la cultura delle consorterie chiuse, attenti soprattutto alla autoconservazione e inclini a macroscopiche pratiche di nepotismo, allora c’e una cosa essenziale e urgente da fare: procedere con maggiore serietà (serietà, non severità) nell’espletamento dei concorsi e nella attività di formazione.
D’altra parte, è nell’ordine delle cose che non tutti i giudici riusciranno ad essere all’altezza della loro funzione. E vivaddio, il diritto di critica appartiene ancora a tutti i cittadini, sicché possiamo tranquillamente dire che la giustizia funziona piuttosto male in Italia (ma forse non solo in Italia): un po’ per la farraginosità delle stesse leggi, un po’ per la scarsezza dei mezzi e delle risorse e un po’ per la inadeguatezza degli operatori, magistrati compresi.
Ma questo discorso comporta soltanto che l’opinione pubblica dovrà mantenere sempre gli occhi aperti sull’operato dei magistrati e sul rispetto delle procedure di legge. Non implica affatto che si debba delegittimare il potere costituzionale della magistratura, e tantomeno implica che la politica, e i politici indirizzino il concreto operare dei giudici.
D. Tu hai ragionato sul merito del quesito referenario. Ma lo scontro è ormai divenuto apertamente politico: da un lato, il governo; dall’altro, l’opposizione…
R. Lo so. E non sono affatto sicuro che il contenzioso politico rafforzi oggi le ragioni del NO. Del resto, mi pare che sia maggiormente il governo a presentarlo come referendum su di sè, evitando il confronto di merito. In ogni caso, lo scenario politico c’è e pesa. E questo mi rafforza nella scelta di votare NO. Siamo infatti in un’epoca che strappa alla loro particolarità tutte le questioni – e ancor più quelle che attengono alla fisionomia delle Istituzioni e agli equilibri costituzionali.
Succede cioè che una questione che in punta di diritto si pone effettivamente come confronto tra “procedure di tipo inquisitorio” e “procedure di tipo dibattimentale”, con connessa distinzione teoretica tra magistratura inquirente e magistratura giudicante, si carichi obiettivamente anche del passo reale della storia generale.
E questa storia generale – segnata dalla guerra mondiale a pezzi e dalla tendenza generale alla trasformazione delle democrazie liberali in democrature (democrazia sul piano formale e autoritarismo sul piano sostanziale) – sta camminando, anche in Italia, a passi veloci verso il depotenziamente delle libertà politiche e delle dinamiche di partecipazione, e contemporaneamente verso il rafforzamento degli apparati di controllo e delle pratiche autoritarie.
D. Tu dunque paventi che una vittoria dei SÌ al Referendum incoraggerebbe il governo a camminare con piglio autoritario?
R. Sì. Penso questo. E del resto, lo dicono gli stessi esponenti della Destra. Era il loro programna elettorale: mettere in riga la Magistratura, vatare il Premierato e realizzare l’Autonomia Regionale Differenziata. Il tutto accompagnato da una cultura che chiamare reazionaria è dir poco, e collegato soprattutto alla scelta strategica del Riarmo.
Al di là del Referendum, insomma, l’interrogativo su “quale politica” sia auspicabile resta dramnaticamente aperto. Legittimamente aperto.
Io ritengo, ad esempio, particolarmente grave che l’ultimo Decreto-Sicurezza del governo italiano abbia varato tra le altre cose, il “fermo preventivo”, ovvero una norma che rende possibile l’arresto temporaneo, in assenza reale e formale di reato, di qualsivoglia persona.
Basterà la semplice convinzione – espressa per iscritto dall’autorità di polizia in forma di nota informativa all’autorità giudiziaria – che il fermato (fermato cioè non per indagini riferibili a qualcosa di avvenuto, ma appunto in funzione “preventiva”) potrebbe essere “pericoloso” per l’ordine pubblico.
Il Presidente della Repubblica ha imposto che l’autorità giudiziaria sia informata (all’inizio il Decreto neppure lo prevedeva) e che possa comunque revocare il fermo. Ma è appena un cerotto su una ferita vera della democrazia.
Bada bene: non è previsto affatto né un intervento di convalida del magistrato, né tantomeno una sua autorizzazione. Egli potrebbe solo revocarlo.
E su quali basi un qualsiasi giudice firmerebbe mai la revoca, quando – nero su bianco – un funzionario di PS ha scritto che ha il “convincimento” che di lì a poco il fermato potrebbe commettere un reato?
Che potrebbe mai dire il magistrato: che il funzionario di PS agisce per prevenzione o per malafede? È realistica una cosa del genere?
La verità è che questo dispositivo legale è proprio tipico dei regimi autoritari (Turchia, Russia, Cina, Ucraina e tanti altri Paesi). È il dispositivo formale che, in quei Paesi, serve concretamente a svuotare le piazze, intimidire le proteste e generalizzare il clima di paura…
Ma non era di questo che dovevamo parlare stamani. O forse sì?







