Ho una sola identità, molteplici culture.
Non sono una contraddizione, ma un individuo,
che bilancia elementi diversi.
A cura di Anna Mahjar-Barducci
Il seguente testo è stato letto alla Fiera internazionale dell’Editoria e del Libro (SIEL) di Rabat, in Marocco, lo scorso 7 giugno 2023, dove Anna Mahjar-Barducci è stata ospite del Consiglio della Comunità Marocchina all’Estero (CCME). Il testo originale è in francese.
Mi chiamo Anna Mahjar-Barducci e sono una ricercatrice e scrittrice italo-marocchina. Sono nata e cresciuta, per una parte della mia vita, in Italia. Quando ero alle elementari negli anni ’80 nella cittadina di Viareggio, situata sulla costa toscana, ero l’unica bambina di origine marocchina, l’unica ad avere la pelle abbronzata e l’unica a trascorrere le vacanze estive in Nord Africa.
È stato in quel momento che ho cominciato a interrogarmi sulla nozione di identità. Chi sono? Questa è una domanda basilare, che l’uomo si pone sin dalla notte dei tempi, ma è anche una domanda esistenziale a cui molti figli di immigrati o figli di coppie “miste” (come nel mio caso, dato che mia madre è marocchina e mio padre è italiano) hanno il bisogno di dare una risposta per trovare un equilibrio personale nella vita. A partire da Socrate, il leitmotiv della filosofia per la ricerca esistenziale è stato proprio il motto “conosci te stesso”, ma è difficile conoscersi e a volte abbiamo bisogno di aiuto per scoprirlo.
L’Identità non si divide
Per molti anni ho detto di essere metà italiana e metà marocchina. Tuttavia, un giorno, durante una conferenza a Rabat, ho avuto l’opportunità d’incontrare Nouzha Skalli, ex Ministro dello Sviluppo sociale, della Famiglia e della Solidarietà in Marocco. Anche in quella occasione, mi sono presentata nuovamente come “mezza italiana e mezza marocchina”.
È stato allora che Skalli mi ha detto delle parole che non posso dimenticare: “Non puoi dividere l’identità di una persona. Sei cento per cento marocchina e cento per cento italiana”. Per me, è stata una rivelazione, nonostante fosse perfettamente logico. Non possiamo tagliarci a metà o in percentuali. Ero italiana ed ero marocchina e non era una contraddizione: era la mia identità.
Preferisco il pane harcha alla pizza, conto e sogno in italiano, ma canto le canzoni di Saad Lamjarred. Questo vale per tutti i marocchini che vivono all’estero e per i loro figli, perché quando viviamo, studiamo, lavoriamo in un altro paese, aggiungiamo automaticamente altri strati alla nostra identità.
La mia identità è fatta di molteplici appartenenze
Qualche anno dopo aver incontrato Skalli, un amico mi ha regalato il libro “Identità assassine” dello scrittore franco-libanese, Amin Maalouf. Quando l’ho letto, ho pensato di avere ottenuto un altro pezzo per completare il mio puzzle e poter rispondere finalmente alla domanda: “Chi sono?”
Maalouf ci dice: “Ogni persona, senza eccezione, è dotata di un’identità composita; gli basterebbe porsi qualche domanda per scovare fratture dimenticate, ramificazioni insospettate, e scoprirsi complesso, unico, insostituibile. È proprio questo che caratterizza l’identità di ognuno… Se insisto su questo punto, è per questa abitudine di pensare, ancora così diffusa, e ai miei occhi molto perniciosa, secondo la quale, per affermare la propria identità, si dovrebbe semplicemente dire: ‘sono arabo’, ‘sono francese’, ‘sono nero’… ma chi allinea, come ho fatto io, le sue molteplici appartenenze, viene subito accusato di voler ‘dissolvere’ la propria identità in una zuppa informe, in cui tutti i colori vengono cancellati. Tuttavia, sto cercando di dire esattamente il contrario …” (Maalouf, 1998).
Secondo Maalouf, l’identità si costruisce e si trasforma nel corso dell’esistenza. L’identità è quindi formata da molteplici appartenenze. In questo caso, non c’è contraddizione nel dire di amare il Paese che ci accoglie senza mai dimenticare quello da cui veniamo. Comunque, Maalouf ci ricorda che “è fondamentale insistere sul fatto che l’identità è una, e che la viviamo nel suo insieme”: “L’identità di una persona non è una giustapposizione di appartenenze autonome, non è un ‘patchwork’, è invece un disegno sulla pelle tesa; se si tocca una sola appartenenza, è tutta la persona che vibra”. La mia identità è quindi composta da molteplici appartenenze: sono marocchina, sono italiana, sono araba, sono europea, sono figlia di una coppia “mista”, sono donna, sono madre. Tutte le mie affiliazioni sono parte del tessuto che costituisce la mia identità.
Il futuro è un’estensione della storia
Ciononostante, temiamo il cambiamento, spesso preferiamo rimanere chiusi nella nostra piccola scatola. Così è più semplice, perché ridefinire se stessi implica aprirsi all’Altro e anche diventare l’Altro. Secondo Maalouf, quando si parla d’immigrazione, abbiamo in genere due tipi di comportamento: c’è chi pensa di non dovere “cambiare nulla nei gesti o nelle abitudini” e chi considera di doversi “solo conformare”. Il Paese ospitante, che poi diventa il “Paese di vita”, non è però né una pagina bianca, né una pagina già scritta e stampata, èuna pagina “in via di scrittura”.
Maalouf ci insegna che bisogna rispettare la storia di un Paese, la memoria, i simboli, le istituzioni, la lingua, le opere d’arte, ma allo stesso tempo è necessario guardare al futuro, che è un’estensione della storia. Non si può venerare la storia di un Paese più del suo futuro e questo futuro si costruirà in uno spirito di continuità con la storia, ma nello stesso tempo con trasformazioni e apporti dall’esterno (come è già avvenuto nella storia). Per costruire questo tipo di futuro, Maalouf suggerisce agli immigrati di immergersi nella cultura del Paese ospitante, perché “più ti immergi nella cultura del paese ospitante, più puoi impregnarla della tua”; allo stesso tempo è anche vero che “più un immigrato si sente rispettato nella sua cultura d’origine, più si aprirà alla cultura del Paese ospitante”.
Soft Power
In quanto marocchina residente all’estero, che cosa significa tutto questo per me? Tutte le appartenenze della nostra identità ci aiutano a conoscere il Paese dei nostri antenati, il Paese ospitante, a capire noi stessi e l’Altro. Solo in questo modo, possiamo diventare dei buoni ambasciatori della cultura marocchina all’estero.
Il politologo americano Joseph S. Nye ha definito il soft power come “il potere di seduzione che uno Stato esercita sugli altri”. L’hard power evoca un’azione che è stata imposta dall’utilizzo della forza, mentre il soft power induce a un’azione volontaria. Le guerre, le invasioni militari sono esempi di hard power. Il Marocco, conosciuto per essere un esempio di pace e tolleranza, non ha bisogno di utilizzare l’hard power per esercitare il suo potere di seduzione sugli altri. Nel caso del Marocco, il suo prestigio culturale offre un vantaggio nel suo potenziale di attrazione, ma il soft power, per diventare uno strumento di diplomazia pubblica, deve essere promosso anche all’estero.
In molti casi, l’emigrazione marocchina ha creato, nei luoghi di residenza, associazioni di volontariato per la promozione della cultura del Marocco, ha aperto quotidiani online e ristoranti. Queste attività sono tutte espressioni di soft power all’estero. Gli espatriati marocchini sono quindi un importante viatico di soft power per il Marocco e sono ambasciatori, che possono dare slancio allo “stile marocchino” nel mondo con le loro attività imprenditoriali e associative. Sono sempre loro che possono promuovere i prodotti “Made in Morocco” all’estero, come l’olio di argan, e la cooperazione commerciale e culturale con i loro Paesi di residenza.
L’ospitalità marocchina
Il mio compito negli anni è stato quello di promuovere uno dei soft power più importanti del Marocco, ovvero l’ospitalità marocchina, che è un’istituzione rinomata in tutto il mondo. La poesia, Il mio Paese, dello scrittore Tahar Ben Jelloun, spiega in poche parole il significato dell’ospitalità marocchina: “Nel mio paese non si presta, si condivide, un piatto restituito non è mai vuoto; un pezzo di pane, qualche fava o un pizzico di sale” (Ben Jelloun, 1987).
Nelle lingue occidentali, il termine arabo “ahlan wa sahlan” è tradotto semplicemente come “benvenuto”, ma il vero significato di questo saluto è più profondo. Infatti, “Ahlan wa Sahlan” vuol dire: “sei in famiglia e la strada per te è aperta”. La parola “ahlan” deriva dalla parola “ahl”, che significa famiglia o persone che fanno parte della stessa comunità. Nella cultura marocchina, una delle forme più elevate di accoglienza è dire all’ospite che non verrà trattato come un estraneo, ma come un membro della propria famiglia. “Sahlan” deriva invece dalla parola “sahl”, che significa “facile” o “semplice”, stando a significare che la strada per l’ospite è aperta, spianata, semplice da percorrere e non tortuosa. La parola “Sahel”, una fascia di territorio dell’Africa subsahariana che si estende tra il deserto del Sahara a Nord, la savana sudanese a Sud, l’oceano Atlantico a Ovest e il Mar Rosso a Est, deriva infatti dalla stessa parola “sahl”, poiché il “Sahel” non è una zona collinare, ma una terra “spianata”.
La risposta all’augurio di benvenuto è “Ahlan Beek” (se si parla con un uomo), “Ahlan Beeke” (se ci si rivolge a una donna) e “Ahlan Beekum” (se si risponde a più persone). “Beek” è traducibile come “in te”, “ahlan”, come già menzionato, significa “famiglia”, pertanto l’ospite, che è accolto con la frase “ahlan wa sahlan”, ovvero “sei in famiglia e la strada per te è aperta”, risponde: “in te, io vedo la mia famiglia”.
Questo è il senso dell’ospitalità marocchina: aprirsi alle appartenenze dell’Altro, e allo stesso tempo comunicare e trasmettere le proprie appartenenze, stabilendo un legame familiare.
Come tutte le mamme marocchine, mia madre è una grande chef. Quando mia madre cucina per gli ospiti, solitamente di diverse nazionalità, rappresenta la cultura e l’ospitalità marocchina, diventando pertanto ambasciatrice del suo Paese di origine. Cucinare è sicuramente uno dei modi più belli per trasmettere una cultura, ma mia madre riesce a trasmettere i valori marocchini, perché si è immersa nella cultura del Paese ospitante, permettendole di comunicare con l’Altro. L’altro alla fine sono io.
Conclusione
In conclusione, molti figli di immigrati si chiedono: chi sono? Siamo le nostre appartenenze, che sono in evoluzione.
Personalmente, la mia evoluzione negli ultimi anni è stata segnata dal fatto che sono mamma di una ragazza di 14 anni, Hili, anche lei cittadina italiana e marocchina e figlia delle tre religioni abramitiche, dato che mia madre è musulmana, mio padre è cristiano e mio marito è ebreo. Sono inoltre anche una sopravvissuta al cancro al seno (“cancer survivor”).
La mia appartenenza alla cultura marocchina mi ha insegnato, come donna, il coraggio, la perseveranza e la forza d’animo. Quando penso alla donna marocchina mi risuonano forti le parole dello scrittore palestinese Mahmoud Darwish: “Sono una donna. Né più né meno. E scrivo il domani sui fogli di ieri…” (Darwish, 2000).
Grazie per l’attenzione.







